La differenza fra Italia e Stati Uniti si manifesta a livello dimensionale: mentre le small cap in Italia denunciano ieri un vistoso passivo, di converso negli Stati Uniti esse chiudono in netta sovraperformance rispetto agli indici generali.

Lo S&P500 sollecita ancora una volta la media mobile di breve periodo (21 giorni), questa volta chiudendo convintamente in territorio positivo: il test del supporto sembra destinato finalmente a produrre adesso una reazione convincente. Analogo comportamento si manifesta in Italia, nonostante il differente fuso orario: con il MIB che penetra il minimo di una settimana prima, trovando però l’energia necessaria a manifestare una reazione abbastanza convinta da ingenerare il sospetto di aver assistito ad una trappola per Orsi.

La differenza fra i due mercati si manifesta a livello dimensionale: mentre le small cap in Italia denunciano ieri un vistoso passivo, di converso negli Stati Uniti esse chiudono in netta sovraperformance rispetto agli indici generali. Le otto società del FANGMANT chiudono in territorio negativo per la settima seduta di fila, corroborando lo scenario descritto nell’aggiornamento di ieri; ciò non toglie che l’ampiezza di mercato sia risultata ancora una volta di conforto, con una partecipazione corale che rafforza il segnale bullish dell’ADT11 di un paio di settimane fa.

Stiamo dunque assistendo ad una fisiologica, salutare e anche benvenuta rotazione settoriale, con la tecnologia che cede il testimone a settori e stili di investimento fino ad ora trascurati quando non realizzati. Complice, un eclatante accenno di inversione di tendenza sul fronte dei tassi di interesse: ne abbiamo parlato alla nausea nelle settimane passate; mentre oggi ci soffermiamo sui settori meglio candidati a beneficiare di tale tendenza.

Resta da vedersi se la dinamica del costo del denaro, che tenta di sfuggire alla repressione prodotta dall’operato delle banche centrali, si rifletterà anche sui rapporti di forza fra gli indici più rappresentativi dei due mercati che si affacciano sull’Atlantico.

Ormai sono quasi tre anni e mezzo che l’Eurostoxx sottoperforma lo S&P; che sia in valuta locale (euro contro dollari) o anche in valuta comune, giusto per rimuovere il sospetto che sia all’opera un fattore cambio. In ambo i casi, il rapporto giace mestamente su nuovi minimi; ricalcando non tanto il differenziale di tassi di interesse, quanto il rapporto fra gli istituti di credito delle due sponde dell’Oceano.

Sotto questa prospettiva, i listini europei inizieranno finalmente a far meglio di quelli americani, soltanto quando le banche locali si produrranno in una sovraperformance rispetto ai finanziari USA.