Due aspetti rilevanti: le Top 5 oggi sono molto meno pesanti di quanto lo siano state negli anni Sessanta e Settanta. Soprattutto, rispetto alla bolla del 2000, le società del MAGA appaiono molto meno sopravvalutate.

L’affermazione dei candidati di sinistra alle primarie democratiche negli Stati Uniti, rilanciano le chance di rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Secondo il sondaggio di Gallup, al 49% il tasso di approvazione del presidente USA svetta ad un nuovo massimo assoluto. Lo stesso dato, a questo punto della prima amministrazione, vantato da Clinton, Bush jr e Obama: sarebbero stati confermati alle successive elezioni.

Se c’è un’incertezza che grava sul 2020, essa è l’incognita rappresentata da una amministrazione sbilanciata verso orientamenti poco apprezzati dagli investitori: che dunque premiano la certezza di ciò che già conoscono; sebbene questo possa legittimamente non essere da tutti gradito. Ciò non toglie che, come rilevato nel Rapporto Giornaliero di ieri, il lavoro di aggiustamento tecnico non sia ancora completato. Apprezzabile il rimbalzo di ieri, notevole la vitalità del Nasdaq, salito ad un nuovo massimo storico; ma in termini ideali la ripartenza definitiva è subordinata al conseguimento degli obiettivi spazio-temporali già commentati.

Ci sono due aspetti che ci piacerebbe oggi indirizzare. Il primo riguarda l’equivoco circa il dominio delle mega cap del “MAGA”. È vero che le prime cinque società per capitalizzazione negli Stati Uniti, al 17.5%, superano la proporzione (16.6%) raggiunta dal corrispondente plotoncino nel 1999; ma si tratta di un difetto di prospettiva: negli anni Sessanta e Settanta le prime cinque società negli Stati Uniti vantarono un peso ben superiore (27.6% nel 1964).