A Piazza Affari si tratterà ora di collocare questo aggiustamento, nell’ambito dell’esasperazione rialzista delle ultime settimane: che, come segnalato, ha generato un contesto irrazionale, emotivo e speculativo.

Naturalmente la passata ottava sarà ricordata più per l’epilogo negativo, che per il conseguimento di un nuovo massimo storico da parte di S&P500, Nasdaq Composite e DAX, fra gli altri, a metà settimana. Wall Street cede in due sedute quasi l’1.5%: è la quinta volta che accade dal minimo di ottobre – i precedenti hanno visto lo S&P rimbalzare sempre il giorno dopo – e nel complesso la 289esima volta dal minimo del 2009 (una volta ogni due settimane).

Ma il mercato è entrato in modalità “OK, Panic”, per cui l’irrilevanza di questi aggiustamenti, oggi lascia il tempo che trova. Statisticamente una flessione superiore al punto percentuale, come quella occorsa venerdì, a così poca distanza dai massimi, tende ad avere un seguito nei giorni successivi. Tant’è vero che dal 2000 una settimana dopo lo S&P è salito in soli 27 casi su 48 complessivamente registrati. Un mese dopo la frequenza benigna si riequilibra a favore dei Tori: 31 casi su 48. Nel breve periodo però un calo repentino a così ridosso dei massimi tende ad avere un seguito immediato. Questo è il punto.

Questa prospettiva si lega bene all’esigenza di un riallineamento, proposta da tutti i modelli previsionali. Una settimana di declini servirà a raffreddare i bollenti spiriti, consentendo al mercato azionario USA di ricollocarsi sui giusti binari.