Un accantonamento dei dazi ai danni della Cina e una moderazione nei toni hawkish della politica monetaria americana, alla base della possibilità di recupero di parte delle perdite sofferte da Wall Street da inizio anno. Ma in un bear market, le sorprese sono perlopiù negative.

La scadenza ciclica del Delta System puntualmente intercetta il minimo da cui ieri il mercato azionario americano è risalito vigorosamente. Due i temi che hanno stuzzicato la fantasia degli operatori. L’amministrazione Biden starebbe riconsiderando l’opportunità di rimuovere i dazi doganali sulle esportazioni cinesi, ricevuti in eredità dalla gestione Trump. Un rischio, di perdita di leva negoziale prima di ottenere sostanziali vantaggi da Pechino, che però non ha risolto granché il problema del deficit commerciale bilaterale, appesantendo al contempo il commercio internazionale.

Sul fronte Fed invece il governatore Bostic ha riconosciuto la possibilità di una pausa, a settembre, dopo i cento punti di aumento del Fed Funds rate con le prossime due riunioni. Sebbene un ulteriore incremento da 50 pb non sia stato del tutto escluso, quantomeno questa riconosciuta possibilità rende la politica monetaria americana meno minacciosamente dogmatica.

Si tratta di due poderosi catalizzatori di cui il mercato ha bisogno in questo momento per colmare l’ampio divario apertosi fra quotazioni correnti e proiezioni elaborate dai modelli previsionali. Nel momento in cui Bloomberg rivela un sondaggio secondo cui i gestori si aspetterebbero un ulteriore calo del 10% dai livelli correnti per lo S&P500, il diffuso pessimismo (che non indulge però in capitolazione) apre le porte ad un rimbalzo di mercato.

La questione circa la formalizzazione del bear market appare stucchevole. Più della metà delle società dello S&P500 hanno ceduto più del 20% dai rispettivi massimi; il 69% delle compagnie del Nasdaq 100, addirittura il 77% delle società del Nasdaq Composite e l’82% delle imprese del Russell 2000. L’azione media dello S&P500 ha ceduto dai massimi il 23%; il 32% l’azione media del Nasdaq 100, il 49% quella del Composite. Sebbene l’etichetta formale ancora sfugga, di fatto il bear market è fra noi già da tempo.

Il target segnalato sullo S&P500 è realistico, ma non necessariamente da conseguirsi nell’immediato. Gli investimenti finanziari in questo inizio di 2022 sono stati disastrosi per gli investitori: basti pensare che, prendendo l’asset che meglio si è comportato fra tutti quelli comunemente disponibili (Bloomberg US Aggregate Bond TR Index), il ritorno conseguito (-9.18%) risulta il peggiore su base semestrale degli ultimi 44 anni; e dal 1978 solo altre due volte il migliore investimento a disposizione ha fornito un ritorno negativo (peraltro marginalmente: -1.7% nel 1984 e -1.4% nel 1994).

Questo per rimarcare come non potremmo essere sorpresi da un rimbalzo degli asset finanziari. Allo stesso tempo, però, in un bear market le sorprese tendono a risultare negative.