Il rovescio dei listini azionari e lo scoppio della bolla sul mercato obbligazionario ci ha lasciati indifferenti, grazie al disimpegno raccomandato nei mesi passati. Ora ci possiamo cimentare nell'esercizio di individuare il punto di arrivo del bear market, onde impiegare la liquidità a disposizione.

E così si formalizza il 15esimo bear market post-bellico, con lo S&P500 che cede in sede di chiusura più del 20% dai massimi. Una formalità, appunto, che consacra la scelta del modello di asset allocation di disimpegnarsi dal mercato azionario in tempi non sospetti: a partire da novembre scorso. Con il crollo di quest'anno che ci ha visti spettatori piacevolmente passivi: dotati di liquidità, e non titoli in sofferenza, vista la contestuale decisione di uscire ad inizio anno dal mercato obbligazionario.

Naturalmente nell’Outlook semestrale di prossima pubblicazione ci soffermeremo non poco sulle prospettive dei mercati all’indomani di questo evento. Certo non possiamo dirci sorpresi, con tutta una serie di setup quantitativi scattati lo scorso inverno, che suggerivano la concreta probabilità ribasso. Basti fra i tanti ricordare come un saldo negativo in ciascuno dei primi due mesi del 2022, dopo un saldo nell’anno precedente a doppia cifra percentuale; sia stato conseguito fra gli altri episodi nel 2020, nel 2000, nel 1977 e nel 1973. Chi non conosce la storia è condannato a subirla.

Chi non è disposto ad anticipare gli eventi, può accontentarsi dei rendiconti a consuntivo che in queste ore la stampa più o meno specializzata fornirà agli avidi lettori. Rileviamo ad esempio come la vaga prospettiva di una “pausa” nel tightening della Fed, a settembre, abbia ora lasciato spazio al contrario all’ipotesi concreta di un aumento dei tassi ufficiali da 75 punti base in una delle prossime tre riunioni del FOMC; con l’appuntamento di fine luglio che gode di una probabilità in tal senso del 77%.

Se Powell mirava a raffreddare la crescita dei prezzi al consumo mediante un effetto ricchezza negativo, bisogna riconoscere che si stia muovendo con una certa coerenza: dall’inizio dell’anno la capitalizzazione soltanto dello S&P500 si è ridotta di oltre 9 trilioni di dollari: uno in più rispetto al crollo del 2008. Che questo si traduca in minori consumi da parte delle famiglie, resta ovviamente da vedersi.

Ci siamo già soffermati in passato su quelli che avrebbero dovuto essere gli obiettivi verso il basso; ma ripetere giova sempre. Nel Rapporto Giornaliero di oggi ricordiamo il target ribassista per lo S&P500, da raggiungersi nei tempi già definiti a suo tempo.