Il 91% delle banche centrali mondiali è intervenuto sul tasso di riferimento della politica monetaria, riducendolo come ultima azione ufficiale. A marzo 2000 soltanto il 39% degli istituti di emissione era in modalità distensiva; addirittura il 10% ad ottobre 2007.

Le differenze fra il massimo storico conseguito dallo S&P500 giusto due sedute fa e i massimi assoluti del 2007 e del 2000 sono considerevoli e numerose. Al di là di una partecipazione oggi corale e alle epoche citate elitaria, persuade la differente politica monetaria adottata.

Powell è stato perentorio nell’escludere un cambio di rotta prima del 2024. Il mercato non gli crede del tutto, ma anche nella peggiore delle ipotesi i tassi sarebbero destinati a rimanere intoccati per i prossimi quindici mesi. A marzo 2000, al contrario, il Fed Funds rate era stato innalzato già cinque volte; sei, fino alla fine di quell’anno. Quando Greenspan si accorse dell’errore, ad inizio 2001, sarebbe stato troppo tardi.

Una differenza di approccio non limitata agli Stati Uniti. In questo momento, il 91% delle banche centrali mondiali è intervenuto sul tasso di riferimento della politica monetaria, riducendolo come ultima azione ufficiale. A marzo 2000 soltanto il 39% degli istituti di emissione era in modalità distensiva; addirittura il 10% delle banche centrali aveva tagliato i tassi come ultima azione ad ottobre 2007.

Se crediamo all’assunto che questo bull market poggi su denaro a buon mercato e copioso, non possiamo assumere atteggiamenti bearish prima che la politica monetaria si faccia restrittiva. Secondo Ned Davis Research, quando almeno la metà delle banche centrali ha tagliato i tassi ufficiali come ultima mossa, le borse mondiali (MSCI ACWI) hanno conseguito una performance annualizzata del +8.6%; di quasi il 13% dal 2009. Viceversa quando la politica monetaria globale è risultata restrittiva, le performance annualizzate si sono tinte di rosso (-7.6% annualizzato dal 2009). Non combattere le banche centrali ed il mercato, dovrebbe essere il mantra di tutti gli investitori.

Ciò non esclude la possibilità di occasionali consolidamenti. La settimana post scadenze tecniche di marzo è notoriamente fastidiosa; specie quando vi si arriva come nel 2021 con un saldo da inizio anno positivo: lo S&P500 è sceso 16 volte nelle 21 occasioni registrate negli ultimi trent’anni, benché il saldo negativo non sia stato mediamente tutto questo disastro, come commentato nel rapporto di oggi.

Nel frattempo portiamo a casa un’altra performance, tanto plateale quanto scontata: gli indici dell’Eurozona (Eurostoxx50 e MSCI Euro) eclissano il picco di febbraio 2020 e salgono ai livelli più elevati degli ultimi tredici anni. Il Rapporto Giornaliero di oggi delinea i target di prezzo e di tempo per questa prima metà dell'anno.