Con quella di ieri, sono ben 16 le sedute dal saldo inferiore al -2% dall'inizio dell'anno. Il ribasso viene da lontano: segnalato nell'Outlook di gennaio, è stato ribadito nell'aggiornamento di metà anno, con ulteriori indizi. Nel frattempo presto Powell dovrà affrontare un dilemma.

Piazza Affari ormai ci ha fatto l’abitudine. Con quella di ieri, sono ben 16 le sedute dall’inizio dell’anno dal saldo inferiore al -2%: tipica connotazione di un bear market che non nasce certo ieri, né ieri è finito.

Bisogna infatti risalire a febbraio, prima dell’invasione dell’Ucraina, per ritrovare il momento drammatico della definitiva negazione rialzista: quando l’indice All Share della borsa italiana, opportunamente nella versione total return, mestamente rientrò all’interno del canale ascendente ultradecennale da cui era un po’ sfrontatamente fuoriuscito verso l’alto l’anno precedente. Quel contro-segnale fu la certificazione di una grave vulnerabilità, che indusse a formulare una terrificante previsione di calo ulteriore nell’ordine del 27% da quei livelli. Come evidenzia il Rapporto Giornaliero di oggi, il percorso di aggiustamento procede indisturbato verso gli obiettivi prefissati da tempo.

È ovviamente un pretesto, al massimo un fattore amplificante, l’ennesima crisi politica che si consuma in queste ore a Roma. Il capitolo dell’Outlook di metà anno dedicato a nostro Paese, concepito evidentemente diversi giorni fa, si intitola profeticamente «In Italia siamo ai titoli di coda»: questo per rafforzare una previsione di lungo periodo, già anticipata a gennaio, che suggeriva un momento culminante in primavera, prima di una involuzione che riguarderà tutti i prossimi anni.

Sotto questa prospettiva le sollecitazioni della resistenza rappresentata dalla media mobile a 200 giorni, a fine marzo e di nuovo a fine maggio, costituiscono il “bacio della morte” che spiega la successiva involuzione. Inquietante come la capitolazione dello scorso 5 luglio abbia indotto una reazione di una manciata di sedute, prima di questo nuovo ribasso. Ci vuole evidentemente ben altro per arrestare l’emorragia in atto.

Al di fuori dei confini di un listino adesso uscito anche dal ranking delle prime venti borse al mondo per capitalizzazione, gli eventi hanno riguardato i pronunciamenti dei membri del FOMC, dopo il rilascio dell’inflazione nel mese di giugno, e prima della lettura preliminare del sondaggio sulla fiducia dei consumatori condotto dall’UoM. Il mercato a termine non sembra prestare molto ascolto alle dichiarazioni concilianti, visto che la probabilità di un aumento del Fed Funds rate da 100 punti base alla fine del mese è data all’87%, e ciononostante ulteriori 75pb base sono attesi a settembre: con un tasso ufficiale che salirebbe dunque al 3.25-3.50%.

Ancora poco, per piegare un’inflazione che nelle più brutali ed irrealistiche ipotesi di deflazione nei prossimi cinque mesi (crescita 0% del CPI da qui a dicembre), comunque si attesterebbe alla fine dell’anno ad un 5.4% che negherebbe alla Fed la possibilità di dichiarare la missione compiuta. Si vede che la recessione a quel punto conclamata indurrebbe Powell e soci a mettere da parte gli attuali propositi bellicosi.