Mese da dimenticare per gli asset allocator: la canonica scomposizione "60/40" del portafoglio lascia sul terreno il 3.7% a 24 ore dalla fine di settembre. Un mese allineato alle aspettative storiche, per quanto riguarda il mercato azionario; meno, per quanto concerne i titoli di Stato.

Rimbalzo scolastico, per probabilità di realizzazione, ma nel breve periodo il quadro tecnico permane incerto, con la possibilità che entro i primi giorni di ottobre gli Orsi tentino una nuova sortita. Disturba del quadro intermarket soprattutto la profonda debolezza dei titoli di Stato: dove si connotano da tempo le condizioni di una bolla speculativa. Gli investitori finora hanno avuto vita facile nel coprire il portafoglio dagli eventi avversi: è bastato destinare una cospicua quota al reddito fisso, e gli occasionali consolidamenti dell’Equity sono sempre stati tamponati dal rialzo delle quotazioni obbligazionarie.

Nelle ultime settimane la correlazione diretta fra borse e rendimenti dei bond è venuta vistosamente meno: un fenomeno passeggero, o l’avvisaglia del tramonto del cosiddetto Paradosso di Gibson, in essere pressoché ininterrottamente dalla fine degli anni Novanta? Staremo a vedere. Sul tema comunque avremo modo di soffermarci nel Rapporto Giornaliero di oggi. A ieri, la performance del canonico portafoglio 60/40 per il mese di settembre segna un inquietante -3.7%, soprattutto per il quasi -5% lasciato sul terreno dai bond.

Il mese corrente ad ogni modo ha rispettato le prescrizioni storiche, con un saldo ampiamente negativo che riduce a +16% la crescita dello S&P500 da inizio anno. Da massimo a minimo, questo mese ha consegnato un drawdown non di molto superiore al 4%. Salgono dunque a 227 le sedute che ci separano sullo S&P da un ripiegamento superiore al 5%: si tratta della ottava “siccità ribassista” più prolungata dal 1930.

Gli Orsi confidano nella confusione che aleggia a Washington per fornire una spallata a Wall Street. Il segretario al Tesoro ha chiarito che ci sono mezzi liquidi fino al 18 ottobre, e che il governo federale andrebbe in shutdown se nel frattempo non fosse innalzato il limite all’indebitamento. I democratici però nicchiano, e alcuni invocano la testa di Powell come sacrificio da subire affinché la situazione si sblocchi al Congresso.