Le società Growth hanno da tempo inaugurato un declino assoluto e prima ancora relativo: che diventerebbe strutturale se fosse confermato il recentemente inaugurato bear market delle materie prime. Come allocare dunque al meglio il portafoglio?

Lo stallo a Piazza Affari si risolve apparentemente verso l’alto, con gli indici che si ripropongono a ridosso della fondamentale media mobile a 200 giorni. L’argine tecnico, fatale tre settimane fa, si estende fino a 25500 punti. Ne è prescritto il superamento come condizione decisiva per proseguire nel rally correttivo della gamba di ribasso che ha contraddistinto questo scorcio iniziale del 2022.

Nel frattempo Wall Street vacilla, tradita ancora una volta dalla tecnologia. Non dovrebbe risultare una sorpresa, dal momento che le dieci società del FANG+ Index sottoperformano lo S&P500 non certo da ieri: bensì da febbraio dello scorso anno; con il rapporto di forza relativa sceso ieri ai livelli più bassi da giugno 2020.

Gli investitori sono apparsi sorpresi dal tonfo di Netflix, ma la circostanza non ci meraviglia, dal momento che la società in questione ha penetrato il long stop mensile a gennaio, ed il supporto trimestrale a marzo. Evidente l’impatto negativo sulle società dalla duration elevata, del continuo rialzo dei tassi di interesse.

Anche su questo fronte si assiste ad una persistente dissonanza cognitiva. Il mercato obbligazionario globale lamenta dall’inizio dell’anno una perdita ora superiore al 10%, pur al netto delle cedole intascate. Si tratta del saldo peggiore della storia, a questo punto dell’anno. Non abbastanza a quanto pare da indurre reazioni anche magari isteriche e scomposte: persuasi dalla definizione di asset “privo di rischio”, coloro che hanno conferito negli ultimi anni trilioni di dollari, rifiutano l’idea di poter perdere denaro. Negano che i programmi di Quantitative Easing abbiano agevolato soprattutto il reddito fisso, e che l’imminente avvio del QT possa al contrario penalizzare il settore in discussione.

Soprattutto, trovano inaccettabile riconoscere che, dopo più di dieci anni, il rapporto fra mercato azionario e mercato obbligazionario adesso arrida indiscutibilmente al primo. Il bull market – sarebbe meglio dire la bolla – che ha contraddistinto il reddito fisso in Europa, ha messo in ombra l’andamento peraltro mai del tutto gratificante dell’Equity nel Vecchio Continente: tutti i tentativi di rilancio essendo stati puntualmente mortificati dalla resistenza che si scorge nel Rapporto Giornaliero di oggi.

Ma a gennaio abbiamo assistito ad una rottura epocale, che pone fine ad una tendenza radicata: nei prezzi, e nelle convinzioni degli investitori: lo Stock/Bond ratio nell’Eurozona ha svoltato verso l’alto, accelerando negli ultimi tre mesi. Per quanto tiepido possa essere in questo momento il giudizio nei confronti delle borse, l’outlook di titoli di Stato e Corporate bond risulta ancora peggiore. Per cui le azioni finiscono per essere caldeggiate loro malgrado: più per demeriti delle altre asset class. Materie prime escluse, s’intende.