Le minute del FOMC di aprile rivelano alcune opinioni dissenzienti circa l'opportunità di mantenere a tempo indeterminato l'attuale politica monetaria. Il mercato azionario però gestisce molto bene la prospettiva di un'inflazione tutt'altro che temporanea.

Nel momento in cui si apprende che l’inflazione è il timore più ricorrente fra i money manager globali, al pari della determinazione della Federal Reserve – e di un cospicuo numero di banche centrali mondiali (significativamente, Bank of England esclusa) – sono rese note le minute della riunione del FOMC di aprile: dalle quali emerge una sostanziale novità.

Un certo numero di partecipanti esprime la convinzione che se l’economia procedesse su questa strada, si renderebbe necessario discutere una exit strategy in merito alla politica monetaria ultra-accomodante attualmente in essere. Naturalmente, i banchieri centrali americani ignoravano la creazione deludente di buste paga nel mese passato. Così come questo “numero” pesa molto poco, se non include Powell, Clarida e aggiungiamoci anche Brainard.

Nel frattempo però Larry Summers, ex segretario al Tesoro, tuona dalle colonne del Financial Times: «i responsabili della politica fiscale e monetaria stanno sottostimando il rischio, per la stabilità finanziaria e per l’inflazione, indotto da tassi di interesse reiteratamente ed estremamente bassi». Il rischio, aggiunge Summers – che pur in passato si è distinto per una autorevole tesi sulla stagnazione secolare - verte sul surriscaldamento finanziario e sulla conseguente instabilità potenziale di sistema; e non su disoccupazione o rischi di recessione.

Rincara la dose il Fondo Monetario, che segnala per gli Stati Uniti il conseguimento di un output gap positivo già per quest’anno. L’inflazione promette di risultare tutt’altro che temporanea. Ma se non se ne cura il mercato, perché dovremmo preoccuparcene noi?

Dopotutto, come si sottolineava nel rapporto di ieri, la resilienza di Wall Street è testimoniata dalla capacità di scongiurare un aggiustamento anche soltanto del 5%, per ben più di sei mesi ad oggi. Non che i ribassisti non ci abbiano provato, ma con scarso successo finora. Giova sottolineare come una siccità ribassista analoga sia stata registrata altre 17 volte, dal 1950 ad oggi. Il seguito caratteristico, nei mesi successivi, conferma le aspettative anticipate da tempo sul Rapporto Giornaliero.

Una proiezione che si lega egregiamente a quanto suggerito dal modello previsionale proposto la scorsa estate per l’indice DAX: che proponeva per la settimana passata un picco iniziale, ed un conseguente iniziale aggiustamento verso il basso, seguito – a giugno – da un ulteriore sussulto. Il tracciato proposto nel rapporto di oggi parla chiaro. I trader avranno di che essere impegnati nei prossimi mesi...