Il fondo più noto della Tiger Global Management, tanto per fare un nome conosciuto, ha chiuso il primo quarto dell’anno con un saldo del -34%. E nel complesso i fondi “attivi” hanno archiviato il mese di marzo con la performance peggiore addirittura dal 2002.

Continua il consolidamento dei mercati, con la volatilità che la fa ancora da padrona. A Times Square, negli ultimi cinquanta giorni gli indici hanno fatto registrare una variazione media, in valore assoluto, dell’1.76% al giorno: un dato impressionante, se si considera che nell’intero 2021 sedute di questo tenore sono state in tutto soltanto una quarantina.

Ci aspettavamo la volatilità per quest’anno, e l’abbiamo ottenuta. Stupisce casomai l’andamento disarmante degli hedge fund: strumenti operativi congegnati proprio per contesti impegnativi come quello che stiamo vivendo, e che nel 2022 steccano ancora una volta. Ma se fino a pochi mesi fa i gestori lamentavano la difficoltà nel generare alfa in un contesto ove il sostegno delle banche centrali rendeva vana la loro specializzazione; risulta irricevibile ora il coro di lamentele che si leva da quel fronte, nel momento in cui gli istituti di emissione si accingono a normalizzare finalmente la politica monetaria, per effetto dell’aumento dell’inflazione.

Il fondo più noto della Tiger Global Management, tanto per fare un nome conosciuto, ha chiuso il primo quarto dell’anno con un saldo del -34%. E nel complesso i fondi “attivi” hanno archiviato il mese di marzo con la performance peggiore addirittura dal 2002.

E non parliamo del mercato obbligazionario. Con lo yield a 30 anni negli Stati Uniti salito al 2.69%, la performance da inizio anno dei bond a stelle e strisce scivola al -7.2%: il secondo risultato peggiore degli ultimi 46 anni, poco dietro la performance disastrosa del 1980, quando però il tightening di Volcker era già avanzato. Il Bloomberg Global Aggregate Bond Index, che parte dal 1990, perde quest’anno già il 7.8% al netto delle cedole intascate. Per prevenire che l’inflazione si spinga oltre il 10%, Powell ha chiarito che il prezzo da pagare sarà un eccezionale impoverimento finanziario. Amen.

I setup stagionali registrati a cavallo fra novembre e gennaio hanno ben anticipato le turbolenze a cui stiamo assistendo. Non è certo un caso che, a partire dalla fine di novembre, il nostro modello di asset allocation si sia fatto ben più cauto rispetto a quanto siano stati abituati i nostri lettori in precedenza. Il rally delle ultime settimane ha favorito il riallineamento alle prescrizioni di inizio anno dei modelli previsionali: errate ad un certo punto per difetto.