Il mercato azionario sta rispettando la prescrizione storica di una certa difficoltà al miglioramento nella prima e nell'ultima decade del mese corrente. Ma tutto sommato, S&P500 e soci si stanno limitando a rispettare le prescrizioni del modello previsionale presentato in primavera.

Dopotutto siamo a settembre, e possiamo concedere che le sorprese di mercato in questo mese possano manifestarsi verso il basso: soprattutto nella prima e nell’ultima decade. Benché pesante, il ridimensionamento di ieri non sembra tale da scombinare le strategie.

Per lo S&P, è vero, una flessione superiore al 2.0% non la si registrava da ben 95 sedute. Bisogna infatti risalire allo scorso 12 maggio per scorgere un ridimensionamento analogo. A dirla tutta, in questo giovane bull market cali repentini come quelli visti ieri sono risultati abbastanza frequenti: malgrado un rialzo da minimo a massimo superiore al 100%, in ben 18 occasioni la borsa americana ha ceduto in una singola seduta più del due percento. La reazione il giorno dopo e nelle sedute successive sconvolgerà i più; ma è talmente ferma da poterci puntare sopra.

Corrobora l’ipotesi il modello proposto a maggio, e basato sulle fiammate di volatilità all’epoca sperimentata. In questo caso il mean reverting consegna le sue implicazioni teoriche: la volatilità ritorna sui suoi passi, favorendo il rilancio delle quotazioni sottostanti.

Il mercato ha seguito le prescrizioni della teoria, facendo anzi anche meglio delle attese; riposizionandosi di tanto in tanto su livelli compresi fra la proiezione media e quella mediana. Lo storno di ieri rientra in questa dinamica.

Anche Piazza Affari cede più del due percento, replicando l’esperienza fatta registrare già altre quattro volte quest’anno; l’ultima, lo scorso 20 settembre. Curiosamente, la precedente coppia di rilevazioni risale a luglio, e fu seguita dopo il secondo episodio dalla ripartenza dell’indice FTSE MIB. Confidiamo in una analoga evoluzione.