Al momento in Cina a causa dell'epidemia del virus COVID-19sono 24 i distretti industriali fermi, distretti che rappresentano l'80% circadel Pil del paese. Il fermo della produzione in queste aree impattapesantemente sulla filiera manifatturiera internazionale, italiana inclusa,rendendo problematico l'approvvigionamento della componentistica necessaria alcompletamento dei prodotti, e impone la risoluzione di tutta una serie diproblematiche logistiche. In particolare e' probabile un processo di"reshoring", di sostituzione dei fornitori cinesi con altri in altrearee del mondo.

Questo processo potrebbe avere un impatto notevole, unavolta effettuate delle scelte difficilmente le aziende torneranno poi suipropri passi anche quando sara' passata l'emergenza sanitaria, e' quindipossibile un mutamento strutturale dello scenario competitivo globale.

Il processo di delocalizzazione che aveva caratterizzato gliultimi 20 anni, motivato da costi di produzione molto piu' bassi in Cinarispetto a quelli europei o statunitensi del resto in parte non ha piu' senso,i passi avanti della tecnologia hanno diminuito il divario e il fermo dellaproduzione cinese potrebbe rappresentare la spinta per decidere di riportarealcune produzioni in patria.

In particolare questo e' vero per gli Usa, dove la politicadi Trump fa del motto "America first" uno dei suoi cavalli dibattaglia.

La crisi cinese potrebbe quindi farsi sentire da noi piu' inEuropa e in Italia a livello di produzione che di vendita. La Cina del restoper l'Italia e' un compratore relativamente importante che vale solo unapercentuale ridotta dell'export totale.

Nel 2018 la Cina era il quinto partner commercialedell'Italia dopo Germania, Francia, Stati Uniti e Spagna. L'interscambiocomplessivo nel 2018 e' stato pari a 43,9 miliardi di euro, ma le esportazionierano solo il 2,8% del totale, con la Cina che era il 10° cliente per il madein Italy.