Il Pil statunitense del primo trimestre e' cresciuto del 3,2% a fronte di attese di un +2,3% e dopo il +2,2% del trimestre precedente. Si e' trattato del miglior primo trimestre dal 2015. La borsa non ha pero' reagito con la forza che ci si poteva immaginare.

La spiegazione probabilmente ha a che fare con le singole componenti che hanno portato a questo exploit: i consumi interni, vero motore dell'economia Usa (rappresentano i 2/3 dell'intera economia), sono aumentati solo dell'1,2%, meno che nei trimestri precedenti (dal +2,5% dell'ultimo trimestre del 2018), il traino e' imputabile principalmente a fattori one off, come l'aumento delle scorte (che ha contribuito per l'1,7%, il dato piu' alto dal 2015) e delle esportazioni, a alla spesa governativa.

Le esportazioni sono aumentate del 3,7% tra gennaio e marzo (e le esportazioni diminuite della stessa percentuale), un aumento che e' probabilmente il risultato delle distorsioni causate dalla guerra dei dazi e che difficilmente si dimostrera' duraturo. Nei tre mesi fino a febbraio il commercio globale si e' ridotto dell'1,9%, il calo maggiore dal maggio del 2009, un chiaro indizio del fatto che difficilmente l'economia Usa continuera' ad essere trainata dalle esportazioni anche nei prossimi trimestri.

Anche l'aumento delle scorte e' ambiguo: le scorte infatti aumentano sia quando le aziende si aspettano una impennata della domanda sia quando la domanda decelera causando appunto un incremento delle merci in magazzino. Gli economisti suggeriscono, per avere una visione non distorta da fattori temporanei della situazione dell'economia, di guardare il valore delle "final private sales", una componente che nel primo trimestre e' cresciuta solo dell'1,3% del 2,6% del trimestre precedente, il valore piu' basso dal 2013.