"Ti consiglio di vivere solo per far arrabbiare coloro che stanno pagando per la tua pensione. E' il solo piacere che mi è rimasto."

Queste parole, attribuite a Voltaire, se di primo acchitto paiono essere pura e semplice ironia, dopo una più attenta valutazione, riflettono invece amare verità.

Andando per gradi: cosa è la pensione?

Come da definizione riportata dal sito Inps:

"Si tratta, in sostanza, di un salario differito."

Volendo essere ancora più precisi, sempre citando il sito Inps

"Il lavoratore, durante la sua vita, rinuncia ad una quota della retribuzione per garantirsi una rendita per quando non sarà più in grado di lavorare."

Quindi, si rinuncia a qualcosa oggi per avere qualcosa domani. Sembrerebbe tutto molto semplice: in realtà sta diventando un problema dalla soluzione sempre più complicata. Vediamo di capirne i motivi.

Fondi pensione: o pensioni a fondo?

Innanzitutto, occorre ribadire che, nel nostro Paese, i dati demografici riportati periodicamente dall'Istat sono sempre più preoccupanti. Da un lato, un progressivo calo delle nascite, dall'altro il costante incremento dell'età media della popolazione. Se nascono meno bambini, ci saranno sempre meno lavoratori. Questo fattore, abbinato al pagamento pensionistico per un numero di anni sempre maggiore, crea un disequilibrio evidente. Quanto reggerà il sistema Inps ancora?

I numeri, possono essere asciutti e asettici, ma esprimono il concetto al meglio.

Esplorando l'ultimo report Istat sulle "Condizioni di vita dei pensionati", due dati balzano immediatamente all'occhio in maniera singificativa (ed inquietanti). In primis: nel 2019, erano circa 16 milioni i percettori di pensione. Ciò significa che più di un quarto della popolazione percepiva un trattamento pensionistico.

Il dato più allarmante, però, è un altro, come riportato dal report Istat stesso:

"Il rapporto tra numero di pensionati e occupati è di 686 beneficiari ogni 1000 lavoratori (era 757 nel 2000). Se si coniderano solo i titolari di prestazioni IVS (invalidità, vecchiaia, superstiti), il rapporto tra pensionati che hanno versato i contributi e i lavoratori che li versano scende a 602 ogni 1000 lavoratori."

Parafrasando le parole di Renato Pozzetto, alias Artemio nel film "Il ragazzo di campagna", in senso tristemente ironico, ogni lavoratore, oggi, potrebbe pensare:

"Ho interessanti prospettive per il futuro."

Sempre più pensionati (sempre più longevi), sempre meno lavoratori. L'equazione non regge. Quale futuro quindi?

Fondi pensione: aiutati che il ciel t'aiuta

Già da qualche lustro sentiamo parlare sempre più frequentemente della necessità, per i lavoratori, di dare una mano a se stessi. Come? Ricorrendo a forme di previdenza complementare.

Di cosa si tratta?

Vediamo di capirlo, iniziando dalla definizione che ne fornisce il sito Inps:

"La previdenza complementare è una forma di previdenza che si aggiunge a quella obbligatoria ma non la sosstituisce. E' fondata su un sistema di finanziamento a capitalizzazione".

Poche righe che però esprimono tanti concetti.

Per prima cosa: la previdenza complementare è un qualcosa di accessorio alla previdenza obbligatoria. Se da un lato ogni lavoratore è costretto a versare una quota del proprio stipendio o reddito all'Inps al fine di foraggiarne le casse e crearsi la rendita per il domani, dall'altra, la previdenza complementaria è un qualcosa che si fa su base volontaria.

Secondo aspetto (strettamente collegato al primo) sempre citato dal sito Inps:

"Quindi mentre la previdenza obbligatoria si basa sul criterio della "ripartizione", cioè i contributi di tutti i lavoratori servono a pagare le pensioni di tutti i pensionati, la previdenza complementare è regolata da un sistema a "capitalizzazione" dove i versamente di ciascun lavoratore vengono autonomamente investiti dal fondo di previdenza al fine di creare la rendita."

Analizziamo meglio l'argomento.

Fondi pensione: cosa sono

Che cosa è, in senso letterale, un fondo pensione?

Dal sito della borsa italiana:

"Organismo di investimento collettivo del risparmio che raccoglie i contributi dei lavoratori e/o datori di lavoro e li investe in strumenti finanziari, allo scopo di erogare una prestazione pensionistica (rendita vitalizia o capitale) al termine della vita lavorativa del lavoratore."

Parole, parole, anche complesse per molti. Vediamo di sintetizzare il tutto e renderlo più chiaro.

Una delle prime domande che ogni lavoratore si pone (dopo aver capito a quale età potrà andare in pensione) è la seguente: con quanto andrò in pensione? Già da qualche anno, tramite il portale Inps, è possibile calcolare quale sarà la propria rendita pensionistica e, contemporaneamente, verificare l'ammontare dei contributi versati nel corso della propria attività lavorativa.

Dopo aver capito (almeno a grandi linee) quale sarà la pensione che andrà a prendere, il lavoratore deve porsi un altro quesito, ovvero: come posso fare a garantirmi lo stesso tenore di vita attuale in prospettiva futura? Ovvero, quale è il tasso di scopertura, o gap previdenziale?

Una definizione esaustiva in tal senso, la troviamo su ilpuntopensieroelavoro.it:

"Il gap previdenziale, non è altro che la differenza tra la prima rata di rendita di pensione e l'ultimo stipendio da lavoratore".

Una volta determinato il gap previdenziare da colmare, il fondo pensione può essere lo strumento (o almeno uno degli strumenti) per andare a risolvere il problema.

Fondi pensione: univoci ed affidabili

Il primo passo per accedere ai fondi pensione è l'apertura di una posizione che, per tutta la vita del fondo stesso, identificherà in modo univoco ed inequivocabile il sottoscrittore. Come? Molto semplice: ogni posizione accesa fa riferimento al codice fiscale del sottoscrittore. Non ci saranno quindi in nessun caso problemi di omonimia, confusione, varie ed eventuali.

Il fondo pensione è un conferimento volontario. Ergo: non c'è nessun obbligo di versamento. Si effettuano contribuzioni volontarie sulla base delle proprie esigenze, delle proprie disponibilità economiche e della convenienza ai fini fiscali. (successivamente vedremo come).

Caratteristicha importantissima dei fondi pensione è la loro autonomia patrimoniale. Che cosa significa? Dal sito propensione.it:

".....Il fondo pensione costituisce un patrimonio separato e autonomo rispetto al retante patrimonio della società o ente istruttore/gestore del fondo stesso, al patrimonio degli altri fondi (eventualmente gestiti), al patrimonio dei singoli aderenti."

Ne consegue che l'autonomia e la separatezza patrimoniale, sempre citando il sito propensione.it. implicano:

"Sul patrimonio del fondo non sono ammesse azioni esecutive da parte dei creditori della società o ente gestore del fondo, dai creditori degli aderenti. Il patrimonio del Fondo non può essere coinvolto nella procedura di fallimento (o altre procedure concorsuali) che riguardano la società o ente gestore del fondo."

Ecco perchè è preferibile, per i lavoratori di realtà di piccola dimensione, far confluire anche il proprio TFR nel fondo piuttosto che lasciarlo in azienda (è consuetudine, per le piccole aziende, usare il TFR dei dipendenti come forma implicita di finanziamento a costo zero, senza accantonare annualmente la quota del singolo lavoratore ma procastinando la risoluzione della vicenda nel momento in cui il lavoratore andrà in pensione. Solo che in caso di fallimento dell'azienda, possono sorgere diversi problemi, per il lavoratore stesso).

Fondi pensione: investire sul proprio futuro

Aderire ad un fondo pensione è un modo per investire sul proprio futuro, perchè ormai è praticamente certo che, senza lo sforzo personale del singolo, il sistema pubblico non sarà più in grado di garantire una vecchiaia serena almeno dal punto di vista economico.

Investire su se stessi quindi, investendo parte delle proprie disponibilità. Investire è il verbo corretto anche perchè, i fondi pensione, consentono di accedere a varie tipologie di mercati finanziari. Orizzonte temporale, propensione al rischio, garanzie e sicurezze, sono termini validi e sempreverdi anche nel campo dei fondi pensione. Esistono infatti diverse "linee di investimento" che vanno dal capitale garantito con un minimo di rendimento sino all'azionario spinto.

"E se muoio prima di percepire alla pensione?": in molti si pongono questa domanda. 

La risposta la fornisce l'art. 14 comma 3 del D. Lgs 252/2005:

"In caso di morte dell'aderente ad una forma pensionistica complementare prima della maturazione del siritto alla prestazione pensionistica, l'intera posizione individuale maturata è riscattata dagli eredi ovvero dai diversi beneficiari dallo stesso designati, siano essi persone fisiche o giuridiche."

Cosa significa questo? Che, a differenza della prestazione pubblica, in caso di morte del'aderente, l'eventuale somma derivante da un fondo pensione può essere lasciata in eredità a persone che non rientrano nell'asse ereditario.

Per non parlare poi dei benefici fiscali. Dal sito della Covip:

"Durante la fase di accumulo è possibile dedurre dal reddito complessivo annuo i contributi versati al fondo pensione fino al limite di 5.164,57 euro".

La deducibilità va ad abbattere il reddito imponibile. Ognuno valuti in base alla propria dichiarazione dei redditi, ma, in tutti casi vale la medesima osservazione: quale investimento garantisce un rendimento così elevato?

Fondi pensione: alcuni dati su cui riflettere

L'ultima rilevazione da parte della Covip (Commissione di Vigilanza sui fondi pensione), riportava dati ancora poco lusinghieri sulla percezione del problema pensionistico da parte dei lavoratori italiani e, di conseguenza, sulla loro adesione a forme di previdenza complementare.

In particolare, come evidenziato da un articolo de Il sole 24 ore, sono pochi, specie tra i giovani e le donne, coloro che hanno, sino ad oggi, sottoscritto forme di previdenza complementare. Da rimarcare, poi, dal predetto articolo, che:

"Ma il nostro sistema previdenziale complementare deve fare i conti con un rallentamento della crescita, seppure contenuto, degli iscritti, che nel 2020 hanno raggiunto quota 8,4 milioni (+2,2% sul 2019), con un'adesione ancora contenuta degli under 35, che rappresentano appena il 22,7% di tutto il bacino e delle donne, ferme a quota 38,3%".

E ancora:

"E anche nel 2020 viene confermato il gap generazionale con la prevalenza delle classi intermedie e più prossime all'età di pensionamento: il 51,6% degli iscritti ha un'età compresa tra i 35 e 54 anni, il 31% ha almeno 55 anni mentre gli under 35 si fermano al 22,7%. A livello geografico è il Nord a mostrarsi più sensibile alla previdenza complementare, con il 57% degli aderenti."

Certo, le spiegazioni possono essere molteplici. Se da una parte l'italiano medio solitamente pare affidarsi più al destino che alla programmazione, è anche vero che proprio le fasce nelle quali si riscontra minore adesione, sono quelle con le maggiori problematiche a livello occupazionale. Perchè, per versare dei contributi in maniera volontaria, occorrono anche stipendi capienti dai quali attingere. Del resto, come recita un famoso poverbio: "La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni".