Tutto cambia e niente cambia, direbbe forse Ferlinghetti. L’ultimo tonfo del bitcoin sulla piattaforma Coinbase lo porta a 33.100 euro (10,33%) o 44.643 dollari se lo si segue su Coindesk (-9,83%), di certo si è tornati ai livelli di febbraio, anche se in un anno l’oro di Nakamoto, come poeticamente lo racconta qualcuno in riferimento al misterioso Satoshi, ha guadagnato comunque più del 269% sbaragliando con tenacia inesausta diverse roccaforti di Wall Street che gli si opponevano.

Le ragioni e le opinioni non sono cambiate, ma la promozione ad “asset digitale” della valuta della blockchain con cui sarebbe stato pagato il riscatto per far ripartire il gas USA della Colonial Pipeline non ha convinto tutti dell’affidabilità di questo investimento.

La volatilità c’è tutta e sicuramente nessuno racconterà che è come investire in Treasury o in Bund, tuttavia è indubitabile che per gli investitori i vantaggi possono essere numerosi.

Perché ricorrere a un paradiso fiscale quando basta un click per rendere del tutto irrintracciabili transazioni e pagamenti? Altro che shadow banking e money laundering, per molti criminali, imprenditori e compagnia non sempre bella il paradiso dista quanto la mano dalla tastiera. Meglio di così…

Ma il vero problema del bitcoin non è davvero l’etica del business o il controllo delle transazioni che, pur tra mille incertezze, opacità e controsensi, le banche centrali ancora effettuano. È piuttosto la taglia.

Per un pubblico retail 30 mila euro sono davvero un po’ troppi, così che facciamo? Frazioniamo? Non figliamo e via di ethereum (€ 2.448, -14,47%) e Dogecoin (€ 0,35, -13,1%), valute nate qualche volta persino per gioco, è ufficiale, e da meme-currency trasformate in montagne di soldi più o meno veri.

Certo l’invenzione della blockchain non è affatto un gioco, ammesso che qualcuno pensi ancora che le criptovalute lo siano. Ma è sicuramente interessante vedere le giravolte di una valuta che non risponde a nessun bilancio di uno stato nazionale o di una società privata, qualcosa che risponde più ai tweet della star di turno, che a sofisticate analisi finanziarie (spesso inefficaci d’altronde anche nel mondo “reale”). In fondo è onesto come la tabella delle regole davanti a un casinò.

Bitcoin: Musk e la Tesla fanno un passo indietro

Eppure le competenze in campo non mancano. C’è Elon Musk, il signore della Tesla, che ha avuto un ruolo di primo piano nella storia di PayPal e prima di mandare in orbita il Dogecoin aveva già dimostrato di essere un influencer dei mercati forse senza pari. Alla creazione del Dogecoin, che in effigie ha il “cane piccolo” Shiba, hanno lavorato gli ingegneri del software Billy Markus (IBM) e Jackson Palmer (Adobe) e si sprecano poi le orde di smanettoni che hanno “minato” criptovalute negli ultimi anni, mentre le banche centrali e le banche private si costernavano, si indignavano, si impegnavano.

Eppure ovviamente l’irresistibile ascesa degli asset digitali non è stata priva di inceppi. L’ultimo per esempio è stato il tweet dello stesso Musk nel quale fa un passo indietro sull’acquisto delle Tesla in bitcoin.



In fondo era stato deciso da poco, ma a quanto pare il genio sudafricano ha ritenuto eccessivo l’impatto ambientale di uno sviluppo massiccio delle criptovalute. Eppure che le criptovalute consumino tanta elettricità quanto certi Paesi è noto da anni. Sul tema è da poco tornato anche il Guardian.

Musk intanto avrebbe perso il 24% del proprio patrimonio a causa dell’annuncio, scivolando dal secondo al terzo posto della classifica mondiale. 

Bitcoin: la Cina ribadisce un no

Di certo all’affondo di queste ore contribuisce anche la Cina: il no ribadito sull’account ufficiale WeChat della banca centrale (PBOC) alla criptovaluta, pur senza conseguenze immediate in termini di regolazione, ha avuto un peso sul mercato. 

D’altronde migliaia di imprenditori cinesi che esportano in criptovalute risorse sottratte al fisco di Beijing non hanno mai trovato le grazie della Repubblica Popolare, anche se ci si attrezza, come in Europa, per la valuta digitale. Lo yuan digitale o l’euro digitale sono però chiaramente una cosa completamente diversa da una criptovaluta. 

Se insomma i rampanti borghesi di Shenzen volevano comprarsi in bitcoin una delle Tesla fatte in Cina dalla casa di Musk dovranno rinunciare: le porte si sono chiuse dai due lati per la chiavetta. 

Non c’è dubbio però che i titoli di coda per bitcoin, ethereum, dogecoin e compagnia digitale sono ancora lontani. To be continued.

(Giovanni Digiacomo)