Minare è un'attività molto profittevole se fatta con determinati presupposti e budget iniziali che conferiscono un senso all'operazione, ma non significa che sia un'azione senza vittime.

Il dibattito sulle conseguenze ambientali del minare Bitcoin è sempre più feroce mano a mano che le operazioni si fanno più dispendiose ed esose d'energia.

Grandi e piccoli nomi si stanno muovendo per trovare una soluzione a questo rimedio, sia dal punto di vista economico che strutturale dato che entrambi sono temi caldi.

Addirittura in un recente passato si è assistito ad alcuni ban sulle cripto e altre prese di posizione che non hanno certo fatto piacere al mercato, con crolli del prezzo abbastanza netti.

La situazione odierna sembra leggermente più distesa, con chi doveva uscire che è già allegramente passato per la porta e senza apparenti spade di Damocle a pendere sulla testa.

Se però non sembrano esserci reali pericoli imminenti o altre grosse manipolazioni del mercato possibili legate a questo tema, la verità è che non si possono affatto dormire sonni tranquilli.

Bitcoin è come Gargantua, continua a fagocitare hardware ed energia per potersi sostenere, ma il mondo inizia ad avere difficoltà a sfamarlo con le attuali risorse. La partita per il suo futuro si gioca adesso ed è molto accesa.

In questo video i ragazzi di Te Lo Spiego insegnano come funziona una blockchain, la tecnologia che sta alla base del mondo criptovalute e, quindi, anche di Bitcoin

Cos'è l'hash rate necessario per minare Bitcoin

Prima di entrare nel dibattito su come il mondo possa sostenere questo dispendio energetico, è bene spiegare perché tale quantità di chilowatt sia necessaria.

La blockchain Bitcoin si basa su un sistema proof of work, il che significa che per poter funzionare ha bisogno che qualcuno esegua le sue operazioni giornaliere.

Questo qualcuno sono i nodi validatori, vera essenza della decentralizzazione, ai quali viene data la possibilità di voto sulle decisioni legate all'ecosistema e che possono far funzionare il tutto senza la presenza di un organo centrale.

Essendo la blockchain basata su un codice criptato, per trasferire i fondi tra due persone comuni il denaro verrà inviato in blocchi codificati, i quali dovranno essere mandati avanti dai validatori attraverso la risoluzione di complessi calcoli matematici.

Questi calcoli non si fanno certo con carta e penna, ma con computer avanzatissimi ed estremamente potenti i quali necessitano grandi volumi d'energia per essere alimentati.

Qui entra in gioco l'hash rate, indice della complessità di questi calcoli matematici il quale non ha fatto altro che salire nei vari anni, salvo rarissime eccezioni.

Da qui è facile intendere come, col passare del tempo, la Bitcoin abbia richiesto sempre più risorse e le conseguenze ambientali del minare si siano mosse di pari passo.

Minare Bitcoin, chi ha fatto marcia indietro

In un mondo dove (finalmente) si inizia ad accorgersi delle risorse limitate e che spalare carbone in una fornace per generare elettricità fa più danni che altro, minare Bitcoin con questi presupposti inizia a essere complesso.

Questo ha generato moltissimi dibattiti su tale pratica, con le varie fazioni che si sbranano ogni giorno per decidere chi abbia la fetta più grande di ragione, finendo sempre in un nulla di fatto.

Tra questi però sono spuntati anche dei fattori mossi da interessi personali piuttosto che da uno spirito puramente nobile, i quali hanno generato un po' di caos.

Elon Musk per esempio, aveva iniziato ad accettare Bitcoin come metodo di pagamento delle sue Tesla, salvo poi rimangiarsi la parola dopo un paio di mesi a causa proprio dell'inquinamento causato dal mining.

Viene spontaneo chiedersi come, un così ferreo sostenitore e detentore di criptovalute quale è Musk, non si sia accorto prima di questo problema legato al minare Bitcoin, ma è un altro discorso.

Poco dopo un altro tassello si è sottratto dall'equazione, la Cina e la sua perenne indecisione legata al mondo delle criptovalute, la quale l'ha portata a cambi di rotta determinati dall'umore del Partito Popolare.

In una recente dichiarazione i leader di Pechino hanno proibito ogni attività legata al mining sul territorio nazionale, per poi rincarare la dose e proibire ogni scambio criptomonetario.

Questo ha causato un piccolo scossone che però è stato ben presto riassorbito e ora nessuno sente più la mancanza di questi fattori nell'equazione, anzi.

L'America sentitamente ringrazia per aver ricevuto la succosa opportunità di essere ancora una volta pioniera di una tecnologia, lasciando indietro i rivali economici.

Le conseguenze ambientali del minare Bitcoin

Tempo ora di concentrarsi sul punto cruciale del discorso, il fattore ambientale del minare Bitcoin il quale non può e non dev'essere ignorato.

Premesso che fare stime esatte è assolutamente impossibile, alcuni studiosi hanno cercato di lanciarsi in calcoli raffazzonati su quanto effettivamente consumi la blockchain più famosa del mondo per funzionare.

C'è chi dice che, in totale, si arrivi addirittura a un numero di Watt annui superiore a quello di molti stati di medie dimensioni, come per esempio il Marocco.

Altri dicono invece che questi numeri sono sovrastimati di molto, fermandosi su quantità decisamente inferiori ma non certo di poco conto.

Questo potrebbe sembrare un dramma enorme, ma bisogna anche spezzare una lancia a favore di Bitcoin, confrontando il minare con i costi di gestione di un semplice sistema bancario.

Se si va nello specifico, pur non avendo la possibilità di accedere a dati certi, non occorre molto per ipotizzare un dispendio energetico paritario o addirittura superiore da parte dei normali circuiti di credito.

Bitcoin però ha una variabile che tutti gli altri non hanno, quell'hash rate incontrollabile che aumenta all'aumentare del numero di miners e del progresso della rete.

Le conseguenze ambientali del minare Bitcoin oggi potrebbero essere molto diverse da quelle di domani, dato che la potenza di calcolo necessaria non potrà mai essere davvero la stessa.

Minare Bitcoin in modo green

Arrivati a questo punto del discorso ci si potrebbe facilmente lasciar andare a uno "stacchiamo la spina tanto andrà sempre peggio", ma non è detto che sia così.

La differenza sostanziale del minare Bitcoin rispetto alla gestione di un circuito di credito classico sta nella decentralizzazione, grande punto di forza delle blockchain.

Se una banca deve per forza avere una sede fisica in un luogo popolato ed essere allacciata alla rete pubblica (almeno nella maggior parte dei casi) lo stesso non si può dire di Btc.

Nessuno vieta a un miners di avere il suo personale schieramento di pannelli solari, turbine eoliche, centrali idroelettriche o, perché no, addirittura un vulcano.

El Salvador, luogo in cui Bitcoin è diventata valuta di corso legale, ha infatti detto che provvederà ad alimentare le proprie attività di mining traendo energia da un vulcano.

Come questo possa farlo è tema per ingegneri, ma il punto è che questa soluzione avrà un impatto ambientale nullo, cosa che farà sicuramente gioire molte persone.

Non solo, i prezzi dell'energia elettrica sono ormai da tempo a prezzi stellari in tutto il mondo, portando i miners a organizzarsi scegliendo luoghi dove il rinnovabile la fa da padrone o costruendo le proprie centrali private.

Siccome luoghi come la Cina, dove il carbone è ancora preponderante, non sono più un fattore nell'equazione, la spinta green del minare Bitcoin non è mai stata così forte.

Certo, il traguardo di un mining a impatto zero è ancora lontanissimo, ma la strada è stata tracciata ed è molto più netta ed ecologica di quella seguita dalla maggior parte delle industrie mondiali.

Non solo Bitcoin punta a non danneggiare l'ambiente, ma si muove con una tale forza e rapidità in questa direzione che potrebbe addirittura fare da apripista a molti altri settori.

Quindi non ci saranno più conseguenze ambientali derivanti dal minare Bitcoin?

La risposta a questa domanda non è ancora possibile delinearla ora, quando gli ingranaggi stanno girando e il mondo Bitcoin si sta muovendo verso un minare più sostenibile.

Certo è che le premesse sono promettenti, almeno sul versante della bolletta energetica, ma questo non è l'unico lato della medaglia.

Una grave crisi delle componenti hardware è in corso da ormai diversi anni, con materiali che mancano e fabbriche che non riescono a soddisfare le esigenze del mercato.

In tutto questo Bitcoin ne è chiaro colpevole, con mining factory che prosciugano le scorte mondiali a un ritmo assolutamente insostenibile.

Se il problema dell'energia sembra avere una strada ben delineata verso una risoluzione più o meno repentina, quello delle componenti sembra a corto d'idee.

Se vi sarà elettricità a buon mercato per alimentare la baracca ma il mondo resterà senza chip, allora tutti gli sforzi green saranno serviti a ben poco.

Trovare non una soluzione, ma almeno una strada percorribile per sanare il problema dell'hardware, dev'essere una priorità che, in un mondo sempre più digitale, non può davvero essere ignorata.