Le criptovalute sono intrinsecamente volatili e, complici un susseguirsi di notizie non certo favorevoli, campione di volatilità è stato ovviamente il Bitcoin. Che negli ultimi mesi ha registrato un andamento altalenante in scia alle dichiarazioni controverse di Elon Musk (padre padrone di Tesla) e, più di recente, alla stretta annunciata da Pechino. Ma la Cina è davvero in grado di fermare il Bitcoin. La criptovaluta è stata creata proprio con l'obiettivo di avere un sistema decentralizzato in grado di sfuggire al controllo dei governi. Riuscirà a farlo anche con quello dell'ex Celeste Impero?

La Cina non vuole fermare il Bitcoin. Per realismo politico

Il primo motivo per cui il Bitcoin andrà avanti è il realismo politico di Pechino, che non può che prendere atto della crescente popolarità delle criptovalute tra la popolazione. "La Cina non è mai arrivata al punto di rendere perseguibili le persone che detengono e commerciano criptovalute", spiega a MarketWatch Claire Wilson di Holland & Marie. "Non vogliono criminalizzare qualcosa che non possono imporre", ha aggiunto.

La stretta di Pechino sul Bitcoin non è una cancellazione

La stretta di Pechino non è una cancellazione. Già nel 2013 la Cina aveva vietato alle banche di gestire criptovalute, visto che per le autorità il Bitcoin non significava nulla. Come ricorda sempre MarketWatch, nel 2017 Pechino ha fermato gli scambi di criptovalute e messo al bando le "offerte iniziali di monete", vendite di azioni compensate in Bitcoin. In maggio, poi, ha allargato tale divieto con l'obiettivo di annullare la speculazione basata sulla leva finanziaria con i corsi del Bitcoin che avevano spiccato il volo. "La posizione della Cina è stata molto chiara e coerente sin dall'inizio", nota Yan Xiao del World Economic Forum.

Possibili scappatoie in Cina anche per attività di mining

C'è poi l'aspetto del mining. Settimana scorsa Pechino ha portato a oltre il 90% la capacità del Paese bloccata per lo meno temporaneamente. Secondo uno studio della University of Cambridge lo scorso anno circa il 65% del mining globale del Bitcoin veniva realizzato proprio in Cina. Tuttavia anche i miner potrebbero sfruttare scappatoie: le attività di mining potrebbero mascherarsi all'interno di progetti di "infrastruttura digitale", che il governo è desideroso di promuovere, ha sottolineato a MarketWatch Winston Ma, della New York University School of Law.

L'autoritarismo di Pechino rende più attraente il Bitcoin

L'autoritarismo della Cina rende le criptovalute ancora più attraenti per i suoi cittadini. I rigidi controlli sul capitale rendono difficile diversificare la ricchezza nel modo consueto. E fino a che ciò non cambierà difficilmente i cinesi smetteranno di investire in Bitcoin. "Tutte le banche hanno promesso di non supportare le transazioni relative alle criptovalute ma è difficile esaminare ogni transazione", nota ancora Ma. E intanto, dopo una pessima ottava, il Bitcoin ha recuperato terreno con un rally del 7,5% domenica (e scambia attualmente il 24% sopra ai minimi toccati a inizio gennaio).

(Raffaele Rovati)