Elon Musk è molto seguito e spesso parla a sproposito. Nonostante le indubbie qualità imprenditoriali e di innovatore che il numero uno di Tesla può vantare, le sue uscite in molti casi sono sopra le righe, per utilizzare un eufemismo. E a causa del suo status più da rockstar che da capitano d'industria un suo tweet può fare molti danni. L'esempio più lampante è il sell-off del Bitcoin. La criptovaluta certo presenta criticità sia come investimento che in senso più ampio. Tuttavia è evidente come Musk sia il primo responsabile dello scivolone registrato di recente dal Bitcoin e c'è anche chi sostiene che il suo dietrofront sia privo di merito. Il Bitcoin non ha davvero un problema green.

Elon Musk ha sagerato il problema green del Bitcoin

In maggio Musk aveva dichiarato, ovviamente da Twitter, che la possibilità di acquistare vetture Tesla in Bitcoin era stata annullata. Dopo meno di due mesi. Il motivo? L'eccessivo consumo di energia per il mining del Bitcoin renderebbe l'investimento poco sostenibile dal punto di vista ambientale. Dichiarazioni che hanno ovviamente scosso, nel bene e nel male, l'intero settore delle monete digitali, spingendo gli investitori a guardare verso alternative più green. La principale rivale Ethereum, per esempio, ha annunciato con enfasi l'imminente passaggio dall'attuale tecnologia proof-of-work (molto esigente in termini di computazione e quindi di consumo energetico, sistema usato proprio per il mining del Bitcoin) a quella più green del proof-of-work.

Elevato uso d'energia del Bitcoin garantisce sicurezza

C'è chi però sostiene che Musk abbia semplicemente torto e che non esista un problema green per il bitcoin. "La rete della criptovaluta si basa su pc che risolvono enigmi, che consumano elettricità. Per l'University of Cambridge, il consumo energetico annuale del mining di bitcoin è di circa 130 terawattora. Per mettere il dato in prospettiva bisogna ricordare che gli Usa usano quasi 4.000 terawattora l'anno". A parlare è Alexander Benfield, analista delle criptovalute di Weiss Ratings, intervistato da Jurica Dujmovic di Market Watch. "Certo, il bitcoin consuma molta energia ma ciò non si traduce necessariamente in emissioni di anidride carbonica. Gran parte del mining di bitcoin usa rinnovabili (quota che varia tra il 39% e il 73% secondo le diverse fonti ma che è comunque di gran lunga superiore alla percentuale di energia rinnovabile nella rete elettrica Usa). Inoltre in molti casi si usa l'energia in surplus: i minatori di bitcoin nella Cina rurale per esempio sfruttano energia idroelettrica che altrimenti andrebbe sprecata per l'incapacità di trasportarla fino a una rete urbana", sottolinea Benfield.

Mining di Bitcoin in quota significativa da rinnovabili

L'analista di Weiss Ratings non si ferma a questo e anzi cita progetti finalizzati a sfruttare ancora meglio le deficienze del sistema elettrico. Per esempio incorporando direttamente il mining di criptovalute dove le energie rinnovabili vengono generate, in modo da capitalizzare i periodi intermittenti in cui il surplus viene allo stato attuale sprecato. "L'uso di energia rende il Bitcoin più sicuro. Il costo di un attacco al network del Bitcoin cresce con l'aumento della potenza di calcolo e dell'energia consumata da coloro che fanno mining o si occupano di proteggere la rete", ricorda Benfield. "Molte delle criptovalute cosiddette verdi commercializzano le loro blockchain come efficienti dal punto di vista energetico perché è meglio che dire che hanno reti sottosviluppate che nessuno sta usando, convalidando o sfruttando", conclude Benfield.

(Raffaele Rovati)