Pechino avvia ufficialmente il test della sua moneta digitale e lo fa con una lotteria. Nei giorni scorsi gli abitanti di Shenzhen sono stati invitati a iscriversi al programma di sperimentazione e 50.000 fortunati hanno ricevuto 200 yuan da spendere, tra il 12 e il 18 ottobre, in 3.389 punti vendita della metropoli: dalle stazioni di rifornimento di Sinopec ai supermercati Walmart. L'investimento complessivo è di "appena" 10 milioni di yuan, pari a poco meno di 1,3 milioni di euro, ma il programma pilota è solo l'inizio di un ben più ampio progetto che la People's Bank of China (PboC, l'istituto centrale di Washington) punta a estendere ad altre città per poi arrivare all'utilizzo della moneta digitale su ben più ampia scala in occasione dell'Olimpiade invernale del 2022 a Pechino.

Per la Cina l'obiettivo resta affrancarsi dal dollaro Usa

Per la Cina la scommessa digitale non si limita al mercato interno e rientra nel suo più ampio obiettivo di internazionalizzazione dello yuan e di riduzione della dipendenza dal dollaro Usa. Secondo Flex Yang, fondatore e chief executive di Babel Finance (società specializzata in cripto-finanza), non basterà però solo la tecnologia a fare guadagnare automaticamente alla valuta cinese un'accettazione globale. "Dipende dalla disponibilità di altri Paesi ad accettare il sistema di pagamento digitale in yuan. È una questione politica", ha spiegato a Reuters. La Cina non è comunque l'unica ad avventurarsi in questa direzione, in scia all'emergere delle cripto-valute e al lancio lo scorso anno della moneta virtuale di Facebook: Libra, che è stato sostenuto da aziende a elevata componente tecnologica come Uber Technologies e Spotify, ma ha anche subìto un duro contraccolpo regolatorio e incassato l'abbandono di finanziatori di alto profilo come Mastercard e Visa. In Europa, intanto, Sveriges Riksbank (la Banca centrale di Stoccolma) sta lavorando con Accenture alla sua e-krona (versione digitale della corona svedese).

Intanto la Bis delinea i requisiti chiave per le Cbdc

E venerdì la Bank for International Settlements (Bis, in italiano Banca dei regolamenti internazionali) ha pubblicato, insieme alle sette maggiori banche centrali del mondo, dalla Federal Reserve alla Bce, un rapporto in cui vengono stabiliti alcuni requisiti chiave per le valute digitali degli istituti centrali o Cbdc (acronomo dell'inglese Central Bank Digital Currencies). L'organizzazione di Basilea (unione di 62 banche centrali in rappresentanza di circa il 95% del Pil globale), nel suo rapporto raccomanda che le Cbdc si aggiungano ma non sostituiscano i contanti e altre forme di corso legale e che non danneggino la stabilità monetaria e finanziaria. Come nota la Cnbc, le banche centrali non prendono ancora una posizione sul fatto che loro e altre istituzioni debbano emettere valute digitali ma stanno ancora valutando se tali valute siano possibili. I sostenitori delle monete virtuali affermano che potrebbero migliorare l'inclusione finanziaria garantendo accesso anche a chi non ha un conto corrente ma il grosso punto di domanda rimane: che ne sarebbe dei colossi del settore bancario?

(Raffaele Rovati)