C’è tensione sul fronte dei Treasuries e dei corporate in dollari. Lo conferma il rendimento del decennale governativo salito quasi allo 0,80%. Non è ancora una svolta ma già l’analisi tecnica comincia ad accreditare avvertimenti di ambiguità sul futuro delle quotazioni. Scenderanno e di quanto? A ogni elezione presidenziale il nervosismo lievita ma questa volta la situazione è quasi esasperata. Sia che vinca il democratico Biden sia che si confermi il repubblicano Trump il bilancio federale infatti crescerà, indebolendo i titoli di Stato di Washington. Se poi succedesse che i democratici si impadronissero anche dell’intero Congresso l’effetto sarebbe deflagrante. I mercati infatti temono un piano di tagli fiscali e di aumento della spesa pubblica, ipotizzabile anche nella più improbabile congettura di dominio repubblicano. In sintesi ai detentori di Treasuries piace all’opposto una situazione di politica bloccata nelle decisioni e quindi incapace di spendere.

Effetto domino

Il sospetto principale sta nelle ripercussioni che una rottura dello 0,80% di yield e un movimento verso l’1% potrebbero determinare sulle altre asset class, a cominciare da oro e azionario. Entrambi i settori hanno finora beneficiato dei rendimenti obbligazionari molto bassi e guardano con sospetto sia al decennale sia al trentennale, salito in poche settimane dall’1,2 all’1,6%, che è poca cosa rispetto ai valori di solo un anno fa ma che allo stesso tempo contraddice tutto quanto si è finora sostenuto in termini di manovre di politica monetaria. Al punto tale che c’è chi parla del 2020 come di un anno limite – nonché irripetibile - nei trend di rafforzamento dei Treasuries e del 2021 come del momento di avvio di una lenta ma progressiva normalizzazione. Così c’è chi ipotizza uno yield sempre del decennale all’1,3% entro la prossima primavera. Invitabile l’effetto domino sull’inflazione e perciò, in ottica di medio termine, sui tassi. Attenzione tuttavia alle facili illusioni. A Wall Street non pochi sostengono che vendere oggi Treasuries abbia poco senso, poiché l’eventualità di contestazioni e ricorsi poste elettorali spinge nella direzione del “no risk” e quindi dell’obbligazionario. Anche perché fidarsi appieno dei sondaggi appare inopportuno, alla luce almeno degli errori commessi in occasione di altre sfide elettorali.

Verità di mercato

In realtà quasi tutti i commentatori e gli analisti ritengono che i movimenti si determineranno solo sul mercato secondario, confermando la convinzione che la Fed non agirà almeno per due anni. Il barometro degli operatori, in base ai Fund future, prevede uno “statu quo” per la fine del 2021 e addirittura un 10% dei “buyers” sposa l’ipotesi di tassi negativi. C’è quindi divergenza fra scelte di politica monetaria e andamento delle quotazioni, aspetto di cui occorre tenere conto. In termini di prezzi ciò significa che si assisterà a una forte volatilità in un contesto di Fed sempre inerte. Il consiglio che piace di più è allora quella di operare sul secondario con titoli molto liquidi (Treasuries e corporate ad alto rating) ma ancor più con i corrispondenti Etf, stabilendo precisi livelli di entrata e uscita e sterilizzando il più possibile i costi di gestione, ovvero utilizzando cloni a bassissimo Ter dall’elevata capitalizzazione.

Il migliore compromesso l’offre iShares, che consente di puntare sulle diverse parti della curva dei titoli di Stato Usa (1/3 anni – 3/7 anni – 7/10 anni e “inflation linked”), con una copertura ideale per puntare su eventuali divergenze. L’iShares 7-10 anni (Isin IE00B1FZS798) da molte settimane evidenzia per esempio debolezza: da inizio anno, valutando le quotazioni in dollari, è progredito del 10,1% ma da luglio ha perso l’1,1%, con una volatilità media di circa il 10%, parametro da valutare per seguire i possibili nervosismi di uno dei tratti più sensibili agli umori degli investitori. Prudenza si impone quindi, anche perché al tutto si aggiunge l’incertezza sull’andamento del dollaro, ulteriore fattore che potrebbe ovviamente accelerare o frenare i profitti sull’obbligazionario d’oltre Oceano. Molto precisi i livelli da monitorare: forza per il biglietto verde al superamento di 1,156 Eur/Usd e ulteriore debolezza sopra 1,195. Fra i due valori c’è un altro gradino di cui tenere conto. È quello degli 1,177, attorno a cui il cambio si sta proprio muovendo nelle ultime ore. I riferimenti in termini di yield e cross sono quindi chiari. Tutto il resto invece è confuso. E lo resterà per non poco tempo.