È il momento di fare i conti con il fisco. Se si hanno minusvalenze nello zainetto fiscale accumulate nel 2020 o nei quattro anni precedenti bisogna cominciare a muoversi in previsione della scadenza di fine dicembre e sfruttare ogni occasione buona per non perdere eventuali crediti. Di solito gli investitori/trader guardano ai certificati come strumenti ottimali a tale scopo in quanto generatori sempre e solo dei cosiddetti “redditi diversi” con cui si possono recuperare eventuali perdite ottenute anche con fondi ed Etf, soprattutto mediante l’utilizzo delle tipologie cosiddette a cedolone, purché quest’ultimo versato entro fine anno. Un ruolo diverso, dallo spettro meno ampio, lo svolgono altresì le obbligazioni, sebbene in questo caso relativamente solo a plusvalenze generate da compravendite.

Un anno vantaggioso

Dato che tendenzialmente il 2020 ha visto correre Btp e bond, ecco che sono loro a determinare ora occasioni da cogliere per controbilanciare eventuali minus. Le eccellenti plusvalenze quasi generalizzate del settore obbligazionario si impongono infatti come motivo per quello che possiamo definire un rendimento aggiuntivo, poiché di fatto consentono di riportare i valori netti in lordi. Ciò vale ancor più considerando l’anomalia di diffusi yield negativi, realtà che non si era mai vista così diffusa in passato. Nel caso di Btp e corporate in euro ad alto e medio rating le relative curve si muovono infatti sotto l’asticella dello zero. Di solito si pensa però solo ai rendimenti non defalcati dall’erario, in quanto “oggettivi”, ma la situazione cambia e non di poco valutando l’aggiuntivo fattore fiscale. La differenza è sostanziale se si considera che proprio per i Btp il segno meno appare nel calcolo lordo fino alle scadenze a cinque anni, mentre sale nel netto, cioè pagando le eventuali plusvalenze, a quelle a sette anni. 

Quali i più utili

Di fatto quasi i due terzi dei tassi fissi governativi italiani, tutti i Btp€i e i Btp Italia con vita residua fino a tre anni sono negativi, considerando i rendimenti puri in corso, sebbene logicamente le situazioni individuali di ciascun investitore/trader dipendano dai relativi prezzi di carico. Situazione abbastanza simile per i corporate in euro, mentre per quelli in altre valute il quadro dipende in aggiunta dal fattore cambio. Il contesto in assoluto più favorevole riguarda le emissioni più giovani fra i Btp, che in taluni casi hanno messo a segno performance di tutto rilievo in tempi corti, incrementabili significativamente quando utilizzate a compensazione di minus fiscali. Considerando però l’intero spettro delle vite residue la scelta di vendere è inevitabile soprattutto per le obbligazioni in scadenza nel 2021, che – salvo pochi corporate più speculativi – quotano tutte sopra 100. Non sfruttare una simile occasione vorrebbe dire fare un regalo al fisco! Secondo calcoli di fonte professionale circa il 90% dei detentori infatti di Btp ha posizioni in plus e in alcuni in super plus, il che deriva dal fatto che l’accelerazione delle quotazioni è avvenuta in archi di tempo abbastanza corti.

Qualche esempio

Il Btp 2,15% dicembre 2021 (Isin IT0005028003) quota sui 102,9 e inevitabilmente mostra un trend ribassista di progressivo allineamento verso il prezzo di rimborso, con uno yield in corso negativo dello 0,52%. Il Btp 2,45% ottobre 2023 (Isin IT0005344335, un po' più lungo, sale a 107,9 con yield negativo 0,30%. Sui lunghi le performance da inizio anno evidenziano un bel segno più: il 5,75% febbraio 2033 (Isin IT0003256820) è per esempio passato dai 147,2 del 2 gennaio ai 157,4 di venerdì ma tanti acquisti sono avvenuti durante la crisi di marzo a prezzi sotto i 140. La casistica potrebbe proseguire quasi all’infinito considerando le migliaia di bond più liquidi in circolazione. Certamente utilizzare i corporate – tassati al 26% - sarebbe preferibile ma l’insieme dei fattori in gioco porta a valutare per primi i Btp – soggetti ad aliquota 12,5% - poiché soggetti a maggiore volatilità media. Il vendere oggi a 130 e il riacquistare magari fra qualche mese a 125 sono probabilità di grado superiore per i titoli di Stato in un’ottica complessiva di ottimizzazione fiscale, oggi molto importante proprio per conquistare qualche punto in più di profittabilità nell’ambito di qualunque tipo di portafoglio. Il gioco a incastro di plus e minus è infatti imprevedibile e porta anche a considerare – sul fronte opposto – che la creazione di un gruzzoletto di riserva nello zainetto fiscale, per esempio con bond o azioni in perdita, non fa certo male in prospettiva futura.