Che fatica! Il rendimento del Btp decennale è sceso a metà seduta ieri sull’1,37%, livello più basso da inizio crisi Covid e toccato per l’ultima volta a fine marzo. Graficamente è una quota importante perché inferiore a quell’1,4% da considerare barriera fra area di debolezza (sopra) e area di rinvigorimento (sotto). Alcuni indicatori su base oraria stavano già dando per scontato il proseguimento di un trend positivo quando di colpo il dieci anni è tornato sopra l’1,4% per chiudere la seduta all’1,417%. La fatica segnalata non riguarda però solo questo aspetto quanto le difficoltà emerse dalle quotazioni dei singoli titoli nel tentativo di rompere al rialzo sbarramenti tecnici decisivi per sconfiggere il “downside” strutturale degli ultimi mesi.

Il miraggio dell’1%

E’ inevitabile quindi, complici vari fattori, chiedersi se l’obiettivo (ancora lontano) della cifra tonda possa realmente concretizzarsi nei prossimi mesi. L’ipotesi appare sempre più ardua, sebbene il rendimento del decennale veda tutti gli indicatori tecnici – daily, weekly e monthly – improntati positivamente ma con una lentezza di movimento che non porta a ipotizzare obiettivi troppo ambiziosi. D’altra Future e singoli titoli si scontrano con livelli forti, su cui trovano ostacoli a realizzare convincenti breakout rialzisti. E’ questo il maggiore motivo di incertezza in un momento in cui i venditori di tempesta, per ragioni soprattutto ideologiche o politiche, prevedono un autunno caldissimo dei governativi italiani. 

Il Future long term da quattro sedute ha cercato di rompere la media mobile a 200 sedute. Ieri nel pomeriggio ci è riuscito per poco tempo, per poi tornare a incastrarsi proprio fra la stessa m.m. (a 141,95) e un importante supporto (a 141,30). Inutile aggiungere altro, poiché la situazione è talmente lampante da non meritare ulteriori commenti, se non quello di analizzare il posizionamento fra i massimi di febbraio a 147 e il minimo del 18 marzo a 122,13. Ai 141,44 di ieri si ha la riprova di una netta ripresa, che potrebbe però attenuarsi d’ora in poi.

Il Future short term attesta la rottura della media mobile a 200 sedute ed è poco lontano dai massimi dello scorso anno, confermando quindi una rilevante vitalità, avvalorata dall’entità di alcune candele delle ultime due settimane.

I singoli titoli ripropongono invece l’affaticamento cui si accennava inizialmente. Il Btp 2,8% 2067 (Isin IT0005217390) non riesce ad aggredire la resistenza dei 107,7, a causa anche di scambi contenuti sulla media giornaliera dei 1000-1100. Attenzione poi al relativo Macd, tornato su quota zero, mentre il Poc dei volumi lo fa entrare in un’area poco interessante. Il Btp 2,95% 2038 (Isin IT0005321325) deve ancora affrontare una battaglia campale rispetto a importanti resistenze e alla media mobile a 200, mentre l’1,35% 2030 (Isin IT0005383309) sta rallentando dopo l’accelerata di maggio. Il 4,75% 2028 (Isin IT0004889033) da alcuni giorni si allinea in chiusura di seduta su una trendline rialzista che potrebbe confluire presto sulla zona calda dei 129,2-129,4, mentre l’1,85% 2024 (Isin IT0005246340) ha perso sprint nelle ultime sedute. Quanto emerge è quindi una certa ambiguità della forza dei rialzi, segno appunto di una fatica che si manifesta a macchia di leopardo.

Opinioni contrastanti

Da parte dei grandi gestori giungono nel frattempo indicazioni contraddittorie. Il gruppo francese Carmignac ritiene che si possa investire in Btp perché i rischi di una frammentazione dell’area euro si sono ridotti molto. I big americani sono invece più prudenti per una ragione tecnica: i tempi di attuazione del Recovery Fund saranno lenti ed esporranno l’Italia a una coperta corta in autunno, quando gli shortisti potrebbero tornare all’attacco. L’operatività appare quindi più tattica che strategica: consiste nel fissare precisi livelli tecnici oltre i quali è consigliabile alleggerire le posizioni, con obiettivi temporali che devono tenere conto di una possibile riesplosione delle tensioni fra settembre e ottobre.