Sul confine: il più lungo dei Btp, il pluricelebrato 2,8% 2067, ha toccato proprio venerdì a fine seduta il livello di rendimento lordo del 2%, mentre in presenza di un rialzo a 124,6 euro potrebbe già da oggi rompere questa barriera, scendendo all’1,99%. Per l’investitore di lungo termine il rapporto rischio/rendimento assume così livelli insostenibili. Lo dimostrano due “ratio” decisivi: una volatilità al 18,8% (seppur inferiore rispetto a quella registrata solo poche settimane fa) e un rapporto duration/rendimento di 14,1. A chi non sia addentro alle tematiche obbligazionarie probabilmente quest’ultimo valore dice poco. È invece un pesante segnale di allarme su cosa potrebbe succedere se un giorno i tassi di interesse aumentassero. Già un dato di 5 o 7 costituisce un campanello di cui tenere conto. Figurarsi 14,1! In questo contesto non ha senso né investire né restare pesantemente investiti sul Btp più redditizio di tutti, seppur più lungo, per citare solo un caso. Immediata e giustificata l’osservazione di chi dicesse “non ci sono comunque alternative”. È davvero così?

La conferma è inesorabile

Un confronto fra obbligazionario e azionario dimostra, utilizzando parametri di diversa tipologia, che la corsa del primo appare nettamente superiore rispetto a quella del secondo, pur protagonista di un eccellente rimbalzo. Se si raffronta infatti il rendimento del decennale italiano – il più generoso nel contesto occidentale – e l’“earning yield” dell’indice azionario area Ue, si osserva che quest’ultimo è di gran lunga più favorevole, pur in presenza di un rischio elevato, quello di una volatilità che potrebbe salire e non di poco nei prossimi mesi. Nell’ambito obbligazionario invece questa incertezza è minore, almeno finché le Banche centrali continueranno a regolare il mercato. Numeri alla mano è per esempio indicativo un confronto fra rendimento dei Btp (0,9% del decennale) e “dividend yield” del Ftse Mib, attestato al 3,7%, calcolando la media di quanto versato dagli Etf a distribuzione riferiti a Piazza Affari: quest’ultimo è difatti superiore di quasi quattro volte rispetto al primo. Naturalmente il dato dei dividendi è instabile, poiché ormai esposto a quanto verseranno le big di Piazza Affari nel 2021. Sul tema c’è grande incertezza. È pur vero che se il monte profitti corrisposto restasse allineato a quello del 2020, in presenza di un indice che si indebolisse, il rapporto diventerebbe ancor più favorevole.  

Cosa fare in pratica

Finora si è parlato di numeri e di teoria. Nei fatti quale strategia può essere adottata? La più semplice consisterebbe nello smontare a rate una posizione in Btp - in presenza di nuovi massimi - e di trasferire l’importo equivalente su Etf a distribuzione relativi a un indice europeo o ancor meglio mondiale - in presenza di nuovi minimi. L’Xtrackers Euro Stoxx Quality Dividend (Isin LU0292095535 – valuta denominazione Eur) paga attualmente un dividendo del 6,5% con frequenza annuale. Il Lyxor Stoxx Europe Select Dividend 30 (Isin LU1812092168 – valuta di denominazione euro) si attesta invece sul 5,2%. Passando al contesto “world”, l’ Ubs Global Select Dividend (Isin IE00BMP3HG27 – valuta di denominazione Usd) versa un 4,9%, mentre il  Vanguard Ftse All-World High Dividend Yield (Isin IE00B8GKDB10 – valuta di denominazione Usd) si limita a un 2,4%. Certamente c’è da considerare l’impatto fiscale (aliquota 12,5% per i Btp e 26% per l’azionario) ma nel contesto attuale di repressione monetaria l’ipotesi di un riequilibrio -  magari solo parziale - del portafoglio va presa in considerazione. Perché la guerra dei rendimenti non deve escludere alcuna alternativa.