Rendimenti reali - cioè depurati dall’inflazione - dei Treasuries ancor più negativi dopo il rialzo delle quotazioni ieri, con lo yield del decennale Usa sceso all’1,08% e un minimo di seduta all’1,03%. Ormai il tanto annunciato obiettivo 1% sta per essere raggiunto: è questione forse di ore. A quel punto scatterà un meccanismo di ulteriore compressione, in parte irrazionale, dovuta anche al fatto che i Fed funds vengono ormai visti addirittura allo 0,75% nel corso dell’estate. In questo contesto la riserva di caccia dei governativi Usa si chiuderà, concedendo spazio solo ai titoli più speculativi in dollari e al mondo emergente. Nel quale ci sono tensioni, contraddizioni, debolezze (anche da coronavirus) ma inevitabilmente garanzie di yield positivi, quasi gli ultimi come classe globale nell'insieme a livello mondiale.

Prima un po’ di numeri…

I cinque principali mercati “emerging” rendono come valore medio dei decennali, nelle rispettive valute, l’8,43%, con la Russia che si attesta al 6,41%, il Brasile al 6,74%, il Messico al 7,07%, il Sud Africa al 9,16% e la Turchia al 12,78%. A tutto questo si aggiunge l’equivalente debito espresso in dollari, che logicamente offre molto meno, essendo correlato all’andamento della politica monetaria Usa, seppur con un credit spread di rischio aggiuntivo. Rispetto allo yield negativo 0,63% della Germania e al positivo 1% degli States il divario con l’8,43% degli emergenti è semplicemente abissale. Questo non esclude che ci siano difficoltà operative, consistenti soprattutto in due aspetti: alcuni governativi (Russia in rubli, Brasile in real e Turchia in lire) comportano non poche problematicità a essere trattati, per limiti imposti dai rispettivi Paesi nei confronti degli investitori esteri; inoltre gli spread di mercato sono spesso ampi, anche perché molte emissioni presentano tagli rilevanti.