In condizioni normali – in presenza di fattori di crisi europea – il Bund a dieci anni si sarebbe attestato al negativo 0,80-1,0%. Invece si è sorprendentemente spinto fino al negativo 0,24% di ieri, con un movimento a V tale da far sperare i più ottimisti che in futuro lo stesso avverrà per il comparto azionario. Da un minimo infatti a negativo 0,909% il tedesco è ricomparso sui livelli di gennaio. In definitiva si svendono i Bund, al punto tale che il trentennale è tornato positivo, con una curva mossasi però al rialzo soprattutto nel tratto 3-10 anni. Il fatto poi che nella notte la Bce abbia approvato un Pandemic emergency purchase programme da 750 miliardi, programmato fino a dicembre, potrebbe indebolire ancor più il governativo germanico.

Timori sulla tenuta dei conti

Il vero e proprio “sell off” ha interessato tutti i titoli di Stato europei, sebbene il movimento sul Bund rappresenti l’aspetto più clamoroso. La 10-Year Eurozone Central Government Bond Yield Curve, espressione di tutti i decennali statali dell’eurozona, è rimbalzata così in poche ore dallo 0,31% del 13 marzo a oltre lo 0,50% di ieri, il che si deve a guizzi dei rendimenti di tutti i sottostanti: quello austriaco è salito allo 0,298% (con il segno meno limitato al 4 anni), il belga allo 0,41%, il francese allo 0,37%, l’irlandese allo 0,48% e l’olandese allo 0,09%. Si tratta di variazioni fortissime, che confermano i timori dei mercati di un indebolimento strutturale del debito europeo, causato dagli incrementi di spesa dovuti alla crisi coronavirus. Logicamente le svendite maggiori hanno riguardato Grecia (yield al 3,79%), Portogallo (1,38%) e Spagna (1,24%), oltre naturalmente l’Italia. 

Se perfino lo svizzero crolla!

Quanto più colpisce sta però nella violenza dell’identico movimento relativo al decennale elvetico, classico termometro del “risk off”. In questo caso il movimento non è stato a V stretta, poiché se gli acquisti erano avvenuti con lentezza e progressività le vendite si sono manifestate con fortissima veemenza e rapidità. Dal negativo 1,132% il rendimento è così passato al negativo 0,357% di ieri sera, confermando come non sia tanto l’area euro a preoccupare quanto più in generale il collocamento sugli asset finanziari, in una situazione di panico che porta a una sola conclusione: “the cash is king”. Piace soltanto la liquidità. Ciò sfata il timore espresso da qualcuno che la debolezza tragga origine dal sospetto di improvvisi risvegli di inflazione e tassi nell’immediato post coronavirus. 

La situazione italiana

L’aver toccato il 2,98% di rendimento del decennale è stato un vero fulmine nel cielo dei Btp, con un successivo ritorno verso il 2,2% e ulteriore debolezza nelle contrattazioni delle ultime ore. Si attende ora l’effetto Bce. Occorre però osservare come, a detta di vari operatori, la crisi del governativo tricolore sia dipesa anche da scarsa liquidità dei mercati, che ha aggravato le oscillazioni delle quotazioni. Non trascurabile poi l’impatto di un grave errore - fra i tanti commessi nelle ultime due settimane - della Bce. L’annuncio infatti di voler in parte accelerare negli acquisti di debito “corporate” è stato visto male, poiché interpretato come parziale abbandono dei governativi per problemi di natura soprattutto tecnica. Il Pandemic emergency purchase programme, annunciato nella notte, smentisce questi timori ma certamente non allenta le preoccupazioni sulla sostenibilità del debito italiano così come di altri Paesi. Il vero sospetto è che – passata la tempesta Covid 19 – i falchi europei tornino ai vecchi dogmi lasciandoci in braghe di tela. Sul tema c’è già chi comincia a scommettere.