Eccolo un emittente che è sempre piaciuto agli obbligazionisti italiani, grazie soprattutto agli alti rendimenti garantiti, ma che ora li sta facendo penare da alcune settimane: si tratta di Petroleos Mexicanos, conosciuta anche come Pemex, società statale messicana leader nel settore energetico del centro e sud America. La presenza nel mercato dei bond è massiccia per il numero di emissioni soprattutto in dollari – quotati su Tlx - ma anche in euro e in peso, sebbene questi ultimi siano trattati soltanto sull’Otc. Cosa succede? Due realtà la stanno caratterizzando dal momento del crollo delle quotazioni del greggio:

  • nettissimo incremento dei rendimenti;
  • tracollo della liquidità, con vari titoli non scambiati su Tlx o comunque caratterizzati da spread molto ampi. Un esempio per tutti: il 6,5% 02gn41 in Usd (Isin US71654QAZ54 – taglio 10.000) prezzava ieri 68 Usd (a metà pomeriggio bid a 64,25 e ask a 71,25), con rendimento a scadenza del 10,2%, di fatto sui minimi storici, se si considera che a febbraio si scambiava sui 103 Usd.

Situazione abbastanza allineata su tutte le Borse europee e piattaforme di broker in cui è quotato, sebbene in alcuni casi gli spread siano contenuti a circa 300 pb e in altri dilatati a oltre 500 pb. Inevitabili le domande che molti obbligazionisti pongono allora se sia il caso di entrare o di mediare per chi sia già esposto su quest’emissione o sulle tante altre disponibili sul secondario. 

Le cause dello strappo ribassista

Un analista messicano specializzato in Pemex giudica la situazione come vulnerabile per vari motivi. Il principale è che si sta aprendo un netto divario fra costi estrattivi e prezzi di vendita del petrolio. Nel caso della società la forchetta stimata è rilevantissima: circa 55 $ per la produzione contro i 13 $ di contrattazione da parte dei maggiori clienti internazionali. In un simile frangente la redditività è scesa nel più profondo abisso proprio quando scadranno, nel corso del 2020, sei miliardi di dollari di obbligazioni. A che costo potranno essere rifinanziate? E’ la domanda che si pone il fronte degli investitori, preoccupati di un nuovo “downgrade” del rating, su cui il quadro non è già chiaro, considerando i diversi livelli di valutazione di credito in rapporto al tipo di emissioni e alle monete di denominazione. S&P inserisce ancora Pemex negli “investment grade” mentre Fitch l’ha già fatta scivolare nei “non investment grade”. Ecco perché Jorge Sanchez, direttore del think tank finanziario Fundef, ha descritto Pemex come finanziariamente "in bancarotta" e "in cammino verso un ulteriore sicuro declassamento”. Di qui a parlare di default la strada è lunga, anche perché trattandosi di una società statale l’effetto sarebbe disastroso e coinvolgerebbe il debito governativo messicano già sofferente. 

La reazione della società

Intanto mercoledì scorso il Ceo di Pemex, Octavio Romero, ha promesso di ridurre i costi amministrativi e di congelare le assunzioni, sostenendo che la strategia di copertura dei prezzi del petrolio da parte della compagnia non intaccheranno i crescenti problemi del debito, il maggiore in assoluto al mondo nel contesto obbligazionario (oltre 100 miliardi di $). Pochi pensano però che le misure di Romero saranno sufficienti, seppur le opzioni siano limitate, data la bassa propensione agli investimenti da parte dei mercati in presenza di un quadro macroeconomico avviato verso una recessione mondiale. La fotografia appare offuscata: l’ipotesi default resta marginale ma una ripresa delle quotazioni dei bond è poco probabile nel breve/medio termine, se non in presenza di un rimbalzo del prezzo del petrolio, presupposto oggi poco credibile. Lo conferma la valutazione di Armando Armenta, economista senior di AllianceBernstein, che ha affermato come il sostegno che il governo messicano potrà dare a Pemex dipenderà da quanto sarà profonda la recessione, dal tempo in cui i prezzi del greggio resteranno bassi e da come muterà il rapporto fra costi di produzione e redditività della società. In estrema sintesi prima di prendere qualsiasi decisione di posizionamento o riposizionamento è meglio attendere le evoluzioni future.