È stato emesso ieri il primo green Bund, evento che apre forse un’epoca ma che rappresenta anche la conferma di una situazione tramutatasi da anomala in parossistica. Lo 0,00% green German Federal bond 2030 (Isin DE0001030708) è stato infatti proposto in asta a 104,717 euro per un rendimento lordo naturalmente negativo dello 0,463%, corrispondente a quello del decennale tedesco tradizionale, sceso nel pomeriggio quasi al negativo 0,48%. Con un ammontare di 6,5 miliardi di euro ma una domanda nettamente superiore si conferma uno strumento per istituzionali seppur con taglio da retail. Acquisita la notizia non c’è certo interesse ad approfondirne gli aspetti operativi.

Una moda da gestire con prudenza

Dato per scontato il significato politico-sociale dei green bond, a chi ci legge interessa capire quali siano i punti forti e gli strumenti più interessanti di questo mondo un po' a parte. La valutazione di uno degli indici di riferimento, il Bloomberg Barclays Msci Global Green Bond Index Total Return, conferma che sostanzialmente la tipologia obbligazionaria verde assicura una minore volatilità rispetto a quella tradizionale, con un trend positivo quasi in continua crescita dal 2016 a oggi. Inevitabile la compressione dei rendimenti, più volte marginali, nonché sulla liquidità degli scambi, molto bassa soprattutto sul Mot. Con un “year today return” dell’indice dell’8,5% è chiaro che il mercato ha fatto incetta di emissioni green o “sustainable”, sull’onda dell’opinione generalizzata che è un comparto destinato a svolgere un ruolo sempre più importante nei prossimi anni.

I migliori rendimenti

C’è poi un ulteriore aspetto significativo: consiste nella diversificazione delle valute, fattore su cui puntare. Fra quelli quotati a Mot ed ExtraMot si trovano in effetti divise emergenti replicabili solo con i green bond. Ed è proprio fra queste ultime che si scorgono occasioni allettanti da esaminare.

In rupie indiane – Dopo i minimi di agosto sull’euro la moneta asiatica sta lentamente riprendendo fiato. La World Bank Sustainable Tf 5,8% Lg21 Inr (Isin XS2107441854 – taglio 150.000 Inr equivalenti a 1.730 euro) quota sui 104 con spread sui 130 pb e un rendimento a scadenza del 4,5%. È il bond più lungo fra quelli in rupie indiane presenti a Borsa Italiana e si affianca a un altro “sustainable” di World Bank, il 5,8% scadenza 2021 (Isin XS1442212145 – taglio 150.000), parecchio più trattato e con quotazione sui 101. In effetti lo yield al 4,6% giustifica la scelta nei suoi confronti ma inevitabilmente si imporrà in tal caso un possibile “switch” fra meno di un anno.

In rupie indonesiane – Un’altra valuta poco praticata è quella di Giacarta, che ad agosto ha toccato quasi i minimi storici sull’euro, comprovando la volatilità dimostrata negli ultimi anni. Su questo fronte l’emissione di riferimento – assieme a una Ebrd Mg21 – è la World Bank Sustainable Tf 6,25% Fb22 Idr (Isin XS1941773647 – taglio 15 milioni di Idr equivalenti a 858 euro), che ieri ha chiuso la seduta a 101, confermando una forte volatilità in presenza di spread solitamente molto contenuti. Il relativo yield si attesta al 5,5% ma con un’abile strategia di gestione di acquisti e vendite può salire. 

In peso filippino – Delle tre è la valuta più esotica per gli obbligazionisti. Eppure risulta interessante grazie a trend ben individuabili e a una minore debolezza sull’euro rispetto alle due rupie. Così su questa divisa si è attivi più sulla componente di cambio che non di rendimento. L’unico titolo infatti disponibile sul Mot, il World Bank Sustainable Tf 3% Fb23 Php (Isin XS1767083360 – taglio 50.000 di Php equivalenti a 870 euro) quota sui 101,6 con bassa volatilità storica. Il rendimento che ne consegue è del 2,3%, il minore fra le tre diverse monete asiatiche investibili con l’onda verde proposta dalla Banca mondiale.