La notizia delle ultime ore in campo obbligazionario viene dagli Usa: il Dipartimento del Tesoro ha collocato Treasuries trentennali per 19 miliardi di dollari a un tasso del 2,061%, battendo il precedente record del 2,17% stabilito lo scorso ottobre. Ciò evidenzia due realtà:

  • anche oltre Oceano gli investitori vogliono ottimizzare il rapporto rischio/rendimento rivolgendosi pesantemente ai titoli di Stato;
  • la curva dei Treasuries tende di nuovo a flettere nella parte centrale e a scendere in quella finale, con un movimento abbastanza netto nel tratto 3-7 anni. Non è un bel segnale, confermato dal fatto che lo yield della scadenza a 1 anno (1,49%) torna a essere superiore rispetto a quello a 5 anni (1,43%), facendo temere che sia il primo passo di una spallata che potrebbe presto coinvolgere di nuovo il confronto fra il 2 e il 10 anni.

Se si considera inoltre che a gennaio l’inflazione Usa si è attestata al 2,5% su base annua, di fatto tutta la curva è sotto il suo valore, determinando una situazione piuttosto anomala.

All’investitore italiano in dollari, alla disperata ricerca di rendimento, l’effetto aumento del costo della vita oltre Oceano interessa parzialmente, anche perché c’è l’opzione di switciare sui Tips (Treasuries inflation linked), sebbene non molto liquidi relativamente ai titoli quotati su Tlx.

E se il rischio fosse ancora minore?

Il mercato valuta però altre ipotesi, in apparenza differenti, quali proteggersi con bond corporate dai rating equivalenti rispetto a quello di Washington (AA+ di S&P), non tanto per timori di tenuta del debito governativo quanto per obiettivi di diversificazione. Si impone allora la ricerca di alternative e quella valutata da molti sta nel considerare l’opzione Apple, dato il favorevolissimo quadro finanziario della società di Cupertino, il cui profilo di rischio è ritenuto unanimemente bassissimo. Lo conferma il margine operativo lordo fra il 37,5% e il 38,5%, con una liquidità di cassa di 338 miliardi di dollari. Eppure i titoli obbligazionari Apple si caratterizzano per una propria curva più favorevole rispetto a quella dei Treasuries: un maggio 2023 rende l’1,67% contro l’1,44% del governativo e il confronto diventa ancora più interessante su scadenze lunghissime. Il 3,75% 2047 (Isin US037833DG20) oggi dà un 2,9% lordo (2,15% netto) contro il 2,11% lordo (1,85% netto) di un Treasury 3% 2045 (Isin US912810RM27). Lo spread è rilevante e nemmeno penalizzato dalla diversa aliquota fiscale italiana cui corporate e titoli di Stato sono soggetti. Il mercato anche nostrano se ne sta rendendo conto e comincia a valutare sempre più l’alternativa della mela.