Era inevitabile. Se la seduta di ieri delle Borse ha comportato ulteriori choc, malgrado il tentativo di miglioramento in chiusura per il Ftse Mib, stemperato però dal lunedì nero di Wall Street, sul fronte obbligazionario si è manifestata la tanto temuta ondata di illiquidità dei mercati, prevista più volte da Bond oggi nei giorni scorsi. Al punto tale che, con il passare delle ore, il fenomeno non solo è peggiorato ma ha si è esteso ai titoli più scambiati di seduta. Vediamo brevemente cosa è successo. Se alle 10.00 del mattino – prendendo a riferimento Tlx – si sono per esempio visti 300 punti base di spread bid-ask per il classico Usa T-Bond 3% 15Mg45 in Usd (Isin US912810RM27) e addirittura 400 pb per il Norvegia 2% 26Ap28 in Nok (Isin NO0010821598), governativi solitamente molto trattati, con – fatto paradossale – solo alcuni Argentina, pur in caduta libera, più contenuti, alle 13.00 il T-Bond 2045 è sceso a circa 250 pb e il Norvegia 2028 salito a 500 pb. In chiusura di giornata quadro leggermente migliorato, grazie a un calo della pressione ribassista ma la sintesi complessiva della seduta è parsa estremamente negativa con variazioni di prezzo casuali e a macchia di leopardo, ovvero senza trend univoci, a esclusione di Us Treasuries e Btp, che meritano maggiore attenzione. 

La Fed nulla può!

Dopo il taglio dei tassi da parte Fed di 100 pb ci si poteva attendere un netto rialzo delle quotazioni dei Treasuries. Invece è proseguita la fase di incertezza iniziata la settimana precedente. Riprendiamo il caso dell’Us T-Bond 3% 15Mg45: candela rossa, conferma della discesa sotto la media mobile a 10 sedute e molti indicatori/oscillatori impostati al ribasso hanno annullato le speranze di un ritorno almeno sopra quota 135 $, con chiusura invece a 131 $, tale da non rompere nemmeno la trendline ribassista di brevissimo periodo cominciata lunedì 9 marzo, quando si registrò il massimo storico a 142,69. Evidente la correlazione con la diffusione negli Usa del coronavirus e con l’annuncio da parte di Trump di un piano da almeno 50 miliardi di dollari per venire in soccorso ai singoli Stati americani, tale da appesantire il già complesso equilibrio dei conti pubblici della nazione, soprattutto in presenza di un Pil in caduta libera.

Btp, ora la rottura c’è

Situazione altrettanto se non maggiormente complessa sul fronte dei nostri titoli di Stato. Il fattore tecnico che più colpisce riguarda la discesa di lunghi ed extralunghi sotto la media mobile a 200 sedute. Nel caso del Btp 2,8% 2067 (Isin IT0005217390) il momento appare ancor più compromesso, dato il breakout ribassista del supporto di 103,5 euro con una chiusura a 101,73, poco sopra quella quota 100 da sempre separazione fra area costruttiva e area rossa per la scadenza top dei Btp. Situazione simile, seppur logicamente con numeri diversi, per il Btp 3,45% 2048 (Isin IT0005273013), crollato nelle ultime quattro sedute da poco sotto 130 euro a 114,6, con cui si è annullato il 50% del rimbalzo dell’estate 2019, quando il titolo passò da 100 a 137 euro. Anche in questo caso gli annunci di una Bce riaffacciatasi sul fronte Qe in maniera pesante non sono serviti a sostenere i nostri governativi, caratterizzati da una dilagante ondata di segni negativi. E in tutti i casi trendline ribassiste indicano movimenti che potrebbero proseguire, salvo in presenza di improvvisi e favorevoli annunci sul fronte coronavirus. E’ pur vero che ci sono ancora ampi margini di discesa prima che scattino tutti gli airbag ma la situazione risulta compromessa, a causa soprattutto dell’intensità del movimento messosi in moto nelle ultime sedute.