L’eterno confronto fra area euro e area dollaro in campo obbligazionario ritrova motivi di accentuazione con le evoluzioni in corso sia sul fronte dei rendimenti sia su quello del cambio Eur/Usd. Il mercato sta guardando con interesse alle tensioni sulla linea di fuoco dei Treasuries e si domanda dove potranno condurre. Il dieci anni Usa ha cercato di salire oltre lo yield dello 0,80%, fermandosi il 9 ottobre al limite proprio dello 0,79%. Da inizio agosto mette a segno comunque una trendline rialzista (e quindi ribassista delle quotazioni). Stessa situazione per il 30 anni, arrivato al limite dell’1,6% per poi ridiscendere verso l’1,5%. Il timore di un vero e proprio “sell off” è appartenuto in realtà più alle cronache dei media che non ai timori degli operatori. Questa è la situazione di oggi ma domani? In altre parole cosa succederà dal 2021 in poi? Fare previsioni sarebbe davvero azzardato, sebbene l’impressione che ci sia l’intenzione a spingere i rendimenti Usa verso l’alto cominci a diffondersi. 

Troppe emissioni

Il timore principale si chiama volume delle emissioni. Complici Covid e incertezze sul futuro Presidente Usa, certo è che il Tesoro dovrà inondare il mercato nei prossimi mesi e anni con tanta nuova carta, che solo in parte la Fed potrà acquistare. Intanto si evidenzia un segnale importante: è quello di un’inflazione più calda rispetto a quanto si pensi. Lo dimostra l’indicatore per eccellenza utilizzato dai gestori professionali, il cosiddetto 5-Year 5-Year Forward Inflation Expectation Rate, cioè il tasso di aspettativa dell’inflazione a 5 anni. È all’1,88% ma sta velocemente indirizzandosi verso il 2%. Di qui derivano le rassicurazioni della Fed che l’obiettivo inflattivo del 2% non è più un obbligo imprescindibile, oltre il quale i tassi di interesse devono essere aumentati. Se si fosse mantenuto lo schema classico ci si starebbe infatti avvicinando a tale trappola, sebbene il valore attuale dell’inflazione sia ben sotto, ovvero all’1,4% (dato di settembre). Banca centrale e operatori ragionano però in base al 5 Year 5 Year Rate e ritengono che una parte delle vendite di Treasuries dipenda da questa evoluzione. In realtà la situazione è ancora di estrema confusione, con tre ipotesi attorno alle quali si discute:

  1. le prospettive inflattive ridiscendono verso l’1,6% e allora tutto resta sotto controllo;
  2. si mantengono fra l’1,6% e il 2%%, cioè in una zona neutra, obbligando solo a verificarne direzione e forza dei movimenti;
  3. risalgono ben oltre il 2% con un parallelo incremento dello yield del trentennale verso l’1,75%-1,8%. In questo caso partirebbe davvero un “sell off”. 

Un’occasione per il piccolo investitore

A quanto detto si aggiunge il movimento del dollaro, che la maggior parte delle grandi banche sia Usa sia europee vedono in indebolimento causa di nuovo Covid ed esito delle elezioni presidenziali. Apparentemente la panoramica complessiva appare articolata e potrebbe spaventare il piccolo e medio investitore, allontanandolo dall’area del biglietto verde. Si sta invece determinando una situazione in prospettiva interessante di doppio allentamento delle quotazioni dei Treasuries (quindi di tutto il mondo obbligazionario in $) e del cambio euro/dollaro, evoluzione che si può sfruttare con prudenti piani di acquisto di bond o ancor meglio di Etf sul credito societario (ad accumulo o a distribuzione, in base alle esigenze del singolo investitore) puntando su entrate in presenza di eccessi di debolezza delle quotazioni e/o del cambio. La disponibilità di strumenti a replica è ormai talmente ampia da agevolare questo tipo di operatività, preferibile rispetto all’acquisto di singoli titoli, data la loro minore liquidità. Con obiettivi temporali non troppo corti si può così creare nuovo reddito a condizioni sempre più convenienti. Nei prossimi giorni analizzeremo in merito gli Etf meglio adatti a un metodo volutamente ponderato. Appuntamento a presto.