Dopo la grande paura si riaccende l’interesse nei confronti delle obbligazioni in lire turche, quanto meno in termini di rendimento. Il relativo differenziale infatti rispetto a quello degli altri “emerging” è notevolissimo, tale da rimettere in discussione antichi equilibri nello specifico settore. L’aspetto più interessante è però un altro: la curva invertita, ovvero decrescente, degli yield, con il valore dei titoli a breve termine di gran lunga superiore rispetto al dato di quelli a medio-lungo periodo, è – lo sa bene l’obbligazionista – un segnale di probabile recessione entro 12-18 mesi. In realtà nel caso turco a determinarla ci sono anche motivi di politica monetaria. Poco importa però, perché una simile situazione rappresenta un’occasione per chi sia molto dinamico sui mercati.

L’andamento “ufficiale” e quello reale

Tre i punti da segnalare in relazione a questo aspetto.

  • Considerando i dati riferiti ai titoli di Stato turchi espressi nella valuta nazionale, che non possono tuttavia essere trattati dall’investitore italiano, il differenziale fra la scadenza 1 anno e quella 10 anni è sì negativo ma non drammatico, in quanto dell’ordine del 17,6%.
  • Valutando invece i rendimenti dei bond di organizzazioni sovranazionali in lire turche quotati su Borsa Italiana lo spread sale fra una scadenza ottobre 2021 (yield 14,9%) e una aprile 2026 (yield 8,6%) al 73,2%. Non essendo disponibile un decennale in tale contesto il confronto deve inevitabilmente limitarsi a vite residue più corte.
  • Non solo! La curva dei tassi reali – cioè riferita ai titoli scambiabili in Italia – è in forte movimento, con continui riassestamenti giorno per giorno, molto più di quanto sarebbe logico attendersi. 

Inevitabile l’alternativa

In un contesto simile è inesorabile prendere in considerazione l’opzione di uscire da scadenze lunghe e trasferirsi su quelle corte, purché non si subisca l’impatto del cambio valutario, il che è possibile soprattutto disponendo di uno specifico conto in divisa. Numeri alla mano il Bei 11% Ap2026 (Isin XS1807207581) quotava ieri a 109,7 Try contro i 96,6 dell’Ebrd 10% Ot2021 (Isin XS1698526263). Pur considerando il fardello degli spread “bid”-“ask”, che in situazioni simili un certo effetto lo hanno, è evidente che un margine del 73,2% è talmente ampio da ammortizzare qualsiasi penalizzazione in merito. I numeri indicati sono ovviamente esposti a continue evoluzioni e così nelle ultime settimane la forchetta è risultata perfino più larga.

Un’incertezza c’è

L’opzione “switch” da lunghi a corti un difetto però l’ha! Consiste nel fatto che esponendosi su scadenze corte si deve successivamente riacquistare obbligazioni nella stessa valuta a ogni rimborso, il che può essere positivo in termini di continuo riadeguamento all’andamento della curva, spostandosi in rapporto al suo variare, ma con l’impatto di frequenti reinvestimenti. La strategia quindi è veloce ma nel lungo termine molto redditizia. Per chi non si proteggesse poi sul fronte cambio logicamente c’è l’incertezza dell’andamento del cross Eur/Try. Il rafforzamento della lira negli ultimi giorni (ultimo dato della notte a 8,67) è stato netto e si trova ora ad affrontare la media mobile a 200 periodi, il che non avveniva da inizio 2020. Graficamente parlando il Try è inserito in un canale di consolidamento ben delineato, iniziato dai minimi sui 10,12 di novembre. La 200 rappresenta tuttavia da tempo un ostacolo non facile da sormontare. La sfida è quindi aperta e probabilmente già nelle prossime giornate si avrà la conferma o meno di una decisa rottura della barriera. Se ciò avvenisse il quadro generale migliorerebbe non di poco, rappresentando il primo vero segnale di qualcosa di nuovo sul fronte dei bond emergenti.