Il mercato ha avuto ragione, immettendo ordini in asta per 90 miliardi di euro rispetto al collocamento reale di 8 miliardi. Di Bund? Di Treasuries? No di Btp a 30 anni con un rendimento interessante nell’attuale situazione dei tassi. Ha avuto ragione perché, valutando i vari ratio, l’esordiente 2051 (cedola 1,7% - scadenza 1° settembre – Isin IT0005425233) del debito italiano appare l’ultima vera occasione da cogliere fra i governativi in euro. Eppure anche ieri sono continuate le vendite di notevoli tratti della curva, con scelte piuttosto nette: i “sell” si sono concentrati infatti sulle vite residue dai 5 ai 7 anni, interessando in misura minore il decennale, mentre hanno risparmiato i cortissimi e proprio il trentennale, almeno fino alla fase finale della seduta, quando per esempio il 2,45% scadenza 2050 (Isin IT0005398406) ha accelerato al ribasso, all’opposto di quanto era avvenuto sino a metà pomeriggio. Il nuovo 2051 può diventare quindi un importante punto di riferimento, anche perché collocato a 98,686, corrispondente a un rendimento lordo dell’1,763%, sull’onda pure del riscontro che è il 2050 a rivelarsi uno dei Btp più trattati in assoluto, spesso perfino sopra il gettonatissimo 2,8% scadenza 2067. Da monitorare nel caso del 2,45% 2050 il supporto dei 113,5-113,6, sebbene sia improbabile una discesa su questi livelli, contro l’ultima chiusura a 117,4.

Il Pemex lungo in Usd e l’Autostrade 2023 si riprendono 

Continua il trend volatile del Pemex 5,5% 2044 in Usd (Isin US71654QBE17 – taglio 10.000), che sul Mot ha evidenziato un netto disallineamento di quotazione rispetto a Tlx, pur in presenza di bid-ask equivalenti. Il titolo è in effetti più trattato sul primo che sul secondo. Si rileva intanto un tentativo di rottura al rialzo rispetto alla media mobile a 20 periodi, sebbene i volumi restino piuttosto modesti nella fase in corso. Il rendimento lordo dell’8,3% è in realtà leggermente inferiore se paragonato a quello di vite residue un po' più lunghe dello stesso emittente ma la maggiore liquidità giustifica la scelta del mercato di rivolgersi soprattutto su questa scadenza. Torniamo però al disallineamento delle quotazioni: sul Mot il Pemex ha chiuso a 74,05 Usd (+ 1,88% - ultimo contratto ore 15.54) contro i 73,04 Usd di Tlx (+ 0% - ultimo contratto ore 15.48). Da monitorare i 76 Usd, dove si posiziona attualmente la media mobile a 200 sedute. Solo sopra si confermerebbe un effettivo rialzo, legato a varie vicende societarie che pesano al momento sulla società petrolifera messicana. 

Bene l’Autostrade 1,625% 2023 in euro (Isin IT0005108490 – taglio 1.000), che anticipa a sorpresa l’azione Atlantia sull’esito delle trattative per la statalizzazione della società. Il bond infatti continua a salire dai minimi del 1° ottobre e sfida quota 100 (chiusura ieri a 99,61). Da molte sedute registra candele verdi ma con volumi non rilevanti, indicazione evidente che ormai il mercato valuta il rendimento adeguato al rischio residuo fino a scadenza. Da monitorare l’area dei 99,5-99,6, che comporta solitamente una certa congestione. Il superamento dei 100 è possibile ma con limiti contenuti.

Malissimo l’Ivs 2026 

Ha cercato per varie sedute di avvicinarsi a quota 100. Ieri invece l’Ivs Group 3% Ot26 in euro (Isin XS2049317808 – taglio 1.000) è letteralmente crollato sui 92 euro con un movimento concentrato soprattutto nel pomeriggio. Si è registrata così una candela rossa pronunciatissima, che ha spostato molti indicatori tecnici sotto i livelli di guardia. In effetti anche l’azione Ivs sta confermando una debolezza accentuata, dovuta ai nuovi timori di “lockdown” da Covid. Da monitorare: questa volta il crollo si è concentrato in poche ore, mentre per esempio quello di metà aprile si era diluito su più sedute. Importante quindi la reazione di oggi. Se fosse ulteriormente negativa la situazione si complicherebbe.

Emissioni in Try, che pasticcio

La decisione della Banca centrale di Ankara di mantenere invariati i tassi di interesse, al contrario delle previsioni di un aumento, hanno deluso gli investitori internazionali, favorevoli a una svolta in tal senso a causa dell’inflazione in forte crescita. Effetto immediato per la lira turca, salita a quasi 9,40 contro euro per poi ripiegare di poco. Esito altrettanto violento per alcune emissioni in tale valuta. L’Ifc 16% scadenza 2023 (Isin XS1860980058 – taglio 10.000) è sceso a 103,5 contro l’apertura di seduta a 105. All’opposto l’Ebrd 23% scadenza 2022 (Isin XS1879224373 – taglio 1.000) ha registrato un incremento di prezzo. Il Bei 17% 2023 (Isin XS1861204938 – taglio 1.000) ha messo a segno un -1,2% approdando a 105,8 Try. L’analisi potrebbe proseguire ma la sintesi è una sola: sulla lira da alcune settimane si registrano disallineamenti delle quotazioni, con una “yield curve” delle sovranazionali quotate a Milano sempre più incoerente. È il risultato di una curva dei governativi nella valuta nazionale - non trattati sulle Borse europee - altrettanto caotica e che subisce variazioni di seduta in seduta. Da monitorare: data l’impossibilità di puntare sulla moneta non resta – a chi ha posizioni aperte – che sfruttare i movimenti repentini dei prezzi con ordini in forte rialzo in vendita e in successivo netto ribasso in acquisto. C’è la possibilità di essere colpiti grazie però solo a un’isteria dei mercati, decisamente fuori controllo. 

High yield in underweight

Le valutazioni dei maggiori analisti obbligazionari segnalano una quasi unanime posizione rispetto ai bond high yield in dollari: scatta un sottopesare causato dalle incertezze di alcuni settori e soprattutto di quello petrolifero. Due i maggiori motivi di perplessità: il numero dei default potrebbe aumentare e la possibile volatilità del comparto azionario tradursi in altrettanta variabilità delle quotazioni. Il problema tocca soprattutto il contesto Usa, mentre quello europeo appare meno esposto a tali incertezze, sebbene ormai poco redditizio.