Settimana estremamente dinamica sul fronte obbligazionario, con la volatilità in crescita, a conferma di un 2021 che potrebbe portare molte novità. La prima riguarda certamente il fronte Usa. Il decennale è salito all’1,12% contro lo 0,65% di fine settembre. Il relativo grafico evidenzia un consistente trend rialzista, acceleratosi però proprio con l’inizio dell’anno in corso. Aspetto interessante è che lo yield del Treasury 2030 si trova a metà circa fra i massimi di fine 2019 e i minimi dello scorso anno. Si tratta di un movimento più netto di quanto ci potesse aspettare ma di qui a cantare vittoria, cioè a valutarlo come la fine di una fase, occorrono conferme, che solo i prossimi due mesi potranno dare. Lo dimostra il fatto che – calcolando dei potenziali riferimenti matematici su base mensile – si incontra una resistenza all’1,14-1,15%, cioè poco sopra il livello in corso. Ciò può far pensare che si sia vicini al fine corsa di un’inversione prevista da tempo con target sull’1,2%. 

Vendere i lunghi Usa

Il mercato si è chiesto negli ultimi giorni se non sia giunto il momento del “sell” per la parte più lunga della curva Usa, sulla quale si era concentrato dall’autunno in poi. Il trentennale è in effetti salito all’1,87% contro l’1,40% di fine settembre. Fattore scatenante è l’incremento del debito negli Usa temuto dagli investitori, come attesta lo spread Treasury-Bund per il trentennale salito a oltre 200 pb. Il T-Bond 2% scadenza 2050 (Isin US912810SL35) è sceso così sui 103 Usd (1,87% di yield), minimo storico dovuto però al fatto di avere alle spalle un passato corto, essendo stato emesso il 15/2/2020. C’è la possibilità che tocchi il traguardo dei 100? Al momento attuale appare improbabile ma se così fosse scatterebbe un interessante occasione di “buy” poiché un rendimento lordo al 2% costituirebbe un’opportunità da non perdere in ottica di medio termine. Contradditorio invece l’effetto propagatore sugli altri governativi in dollari, complici vicende decorrelate dalla situazione Treasury. L’Italy 5,375% 2033 (Isin US465410BG26 – taglio 1.000 $) si mantiene sul 2,6-2,65%, livello superato di poco solo a metà novembre. Il Turchia 5,75% 2047 (Isin US900123CM05 – taglio 200.000 $) va pure in direzione opposta, con uno yield sceso al 6,3% conto il 7,9% di inizio novembre. Potremmo proseguire con molti altri esempi anche fra i corporate, che confermano asimmetria rispetto al titolo di Stato Usa, il quale si dimostra quindi debole più per timori sul rischio di credito che di aspettative di inversione della politica monetaria. Lo testimoniano le voci di un possibile downgrade nel corso del 2021, visto che la maggior parte delle agenzie attribuiscono ancora una tripla A contro la AA+ di S&P. 

Corporate Usa o governativi cinesi?

Il vero confronto si sposta intanto sul dilemma se non convenga lentamente ridurre le posizioni in dollari (non tanto per questioni di cambio) relativamente ai corporate, visto che i rendimenti superano il 2% solo spostandosi su scadenze oltre i dieci anni, e incrementare quelle sui titoli di Stato corti e medi della Cina. Il dubbio è legittimo e la risposta netta: gli yield da distribuzione degli Etf riferiti ai bond in Cny si attestano sopra il 2% e perfino oltre il 2,5%. È il caso per esempio dell’Xtrackers Harvest CSI China Sovereign, che alla quotazione in corso riconosce un 2,6%, in presenza di una valuta indebolitasi e che sui 7,9-8 contro euro segnala un livello interessante di entrata. 

In euro su cosa puntano gli istituzionali

Osservando le raccomandazioni dell’asset management nel contesto della valuta europea si nota ancora un prevalere di posizioni a favore dei governativi soprattutto italiani. Dopo il 7,5% di “total return” medio del 2020 per il nuovo anno si ipotizza un’ulteriore crescita di un 3,5-4% per le emissioni nazionali in euro e soprattutto di un 5-5,5% per quelle in dollari, che restano in effetti fra le più scambiare sul Mot. Inevitabilmente si guarda a quelle con quotazioni vicine alla pari e quindi con cedole nominali basse. Un’unica eccezione è rappresentata dal Btp 2,95% 2038 (Isin IT0005321325), che si colloca ancora sull’1%, con una duration però esponenziale di 14. A novembre 2018 il relativo yield si situava al 4%. Volendo puntare alla micro volatilità il preferito è però uno spagnolo, il Bono 5,75% 2032 (Isin ES0000012411), ben scambiato sulle piazze internazionali ma meno sul Mot e sceso ormai sull’0,12% di rendimento, in presenza di una forte percettibilità degli umori dei mercati. Sempre popolari i Romania. In realtà si guarda allo spread di rendimento di ben oltre 100 pb fra i governativi nella divisa locale – il leu – non trattati in Italia e quelli in euro. Fra questi ultimi il favorito è il 4,625% 2049 (Isin XS1968706876 – taglio 1.000), che batte gli altri, con un rendimento sul 2,7%. Molto caro invece il debito ungherese in dollari, una nicchia da valutare solo in presenza di tensioni sui mercati. Il 7,625% 2041 (Isin US445545AF36 – taglio 2.000) quota ormai oltre i 175 $ ma a marzo era sceso sui 130, obiettivo ora impossibile ma che potrebbe ripresentarsi nel medio/lungo termine.