In questa quinta parte della guida completa al reddito da pensione continuiamo l’analisi dei titoli azionari da aggiungere al nostro portafoglio, attingendo da un settore non ancora preso in considerazione. Seguirà, infine, un riepilogo sui titoli azionari selezionati, a cui si è deciso di destinare il 20% degli investimenti. 

Ad entrare sotto la nostra lente di ingrandimento sono stavolta i titoli “value”, soprattutto i finanziari, perfetti nella prospettiva della rotazione settoriale e dell’aumento dei tassi d’interesse, cui si assisterà presumibilmente tra il 2022 e il 2023. 

Al solito staremo attenti anche al momento d’entrata, dacché non vogliamo acquistare sui massimi né contro un trend forte: in tal senso, un giusto mix di analisi tecnica e dei fondamentali potrà rivelarsi utile.

Prima di addentrarci nella nostra disamina, tuttavia, è necessario dedicare una premessa a Evergrande e alle ripercussioni che la complessa vicenda potrebbe avere sui bancari e sul mercato tout court. 

Che impatto avrà Evergrande sul mercato finanziario globale? 

Gli analisti non parlano d’altro: il colosso del mattone cinese, Evergrande, rischia il default. Alcuni propongono sinistri parallelismi con il crac di Lehman Brothers che portò alla terribile recessione del 2008 e i cui effetti, in certa misura, sono ancora tangibili, ma il paragone non regge perché pare trattarsi di una vicenda che riguarda quasi esclusivamente il Dragone. 

Certo, il -90% anno su anno, la sostanziale impossibilità di onorare i debiti con le banche e il mancato pagamento dei prossimi dividendi fanno davvero impressione e minano le certezze degli investimenti sui mattoni, gettando un’ombra inquietante non solo sulla finanza cinese, ma anche sulla sua economia, sinora ritenuta impermeabile. 

Tuttavia, un probabile intervento del governo darà quiete a Evergrande e ai tanti investitori preoccupati, con ripercussioni positive anche sulle banche che all’azienda avevano concesso crediti pressoché illimitati. Tra questi figurano anche alcuni istituti finanziari occidentali: 

  • La londinese Ashmore Group Plc, peraltro specializzata in questo genere di affari con i mercati in via di sviluppo, è esposta per 400 milioni di dollari. 
  • BlackRock è un’altra delle possibili vittime, anche se non si hanno dati precisi sull’esposizione del celebre fondo. 
  • La svizzera UBS è un’altra delle banche a rischio. 
  • L’holding londinese HSBC è ugualmente nell’occhio del ciclone. 

Perciò, almeno in via prudenziale, sconsiglieremo l’acquisto di azioni nel settore finanziario con queste esposizioni, pur credendo che nel lungo termine le ripercussioni saranno minime. 

Goldman Sachs è da acquistare? 

Le azioni di Goldman Sachs (NYSE: GS) hanno visto raddoppiare il loro valore anno su anno, con una crescita imperiosa garantita dagli stimoli fiscali (quantitative easing) e dalle politiche assai accomodanti della FED.

Inoltre, il sell-off attualmente in corso, ancorché severo, non dovrebbe preoccupare affatto gli investitori, rappresentando invece un’opportunità di acquisto. Il rapporto prezzo utile risulta basso (circa 7), i conti sono ottimi, non risultano esposizioni esiziali e la banca sta mostrando un certo interesse per il mondo delle tech small e mid cap, come testimonia l’avvio del progetto Goldman Sachs Future Tech Leaders Equity. 

Trattasi di un ETF al quale dedicheremo, nel momento più opportuno, ampio spazio e che si pone in competizione con ARK Innovation della celebre Cathie Wood: quello di Goldman Sachs, però, si caratterizza per una propensione verso quelle aziende che hanno più margini di crescita e più potenziale, accantonando del tutto le mega tech di cui per altro abbiamo già ampiamente discusso.

Questa mossa di Goldman Sachs sottolinea la capacità della banca di interpretare al meglio lo spirito del tempo ed è mettere tra i nostri preferiti il titolo – oltreché magari l’ETF – dà stabilità al nostro portafoglio. 

Non ci attendiamo un altro anno di crescita esponenziale, ma Goldman Sachs può tranquillamente resistere alle correzioni di breve termine. 

Scommettere ancora su Warren Buffett? 

Alla veneranda età di novantuno anni, Warren Buffett è ancora il re degli investitori. Il suo strepitoso fondo d’investimenti, Berkshire Hathaway (NYSE: BRK.A), è uno dei meglio bilanciati in assoluto ed è pensato per resistere a qualsiasi situazione di mercato

Le performance stellari e i pochi errori di valutazione – per altro sempre ammessi con grande, sorprendente trasparenza – rendono Berkshire un’istituzione finanziaria straordinaria, con un gran numero di titoli “value”, perfetti per la tanto citata rotazione settoriale, cui aggiunge due mega tech come Amazon e Apple. 

La variazione anno su anno segna un buon 28.53%, con il massimo di sempre a portata di mano già per la fine del 2021. Il rapporto prezzo-utile si aggira sul x6, inferiore alla media del settore. In un certo senso, Berkshire è anche un ottimo titolo difensivo che può crescere sia in un mercato bullish che in uno bearish, essendo ottimamente strutturato. 

L’esposizione in Cina è minima e anche il caso Evergrande – a meno che non abbia la risonanza mondiale che per ora escludiamo – non preoccupa affatto l’oracolo di Omaha. L’unico fattore da considerare è il fatto che Berkshire, pur differenziando molto sui settori, investe in pochi titoli (in genere eccellenze) e questo può riservare qualche brutta sorpresa nel caso in cui vi siano degli storni pesanti. 

In ogni caso, Berkshire è da acquistare anche subito e tenere a oltranza.

Come vanno le banche italiane? 

Tra i titoli bancari possiamo guardare tranquillamente anche dentro al nostro orticello, prendendo in considerazione le banche che hanno conti in ordine e che hanno sinora dimostrato un’ottima solidità

Con il Pnrr in erogazione le banche italiane avranno un’opportunità unica, dovendo partecipare attivamente al rilancio dell’economia italiana post Covid-19. Le particolari congiunture politiche italiane hanno portato a palazzo Chigi Mario Draghi e il premier, com’è noto anche ai sassi, è anzitutto l’ex capo della BCE ed ex direttore di Goldman Sachs: logico quindi che le banche italiane si trovino in una posizione estremamente privilegiata. 

Gli istituti finanziari più importanti per dimensioni, anche in seguito a fusioni e acquisizioni varie, sono Intesa Sanpaolo, Unicredit e Banco BPM ed è verso queste banche che dovremo volgere lo sguardo. 

Limitiamo la comparazione ai fondamentali: 

  • Intesa Sanpaolo (BIT: ISP) è anno su anno a +44.5% e ha un rapporto prezzo-utile di 11.57.
  • Unicredit (BIT: CRDI) è anno su anno a +52.76% e ha un rapporto prezzo-utile di 18.65.
  • Banco BPM (BIT: BAMI) ha raddoppiato il suo valore nell’ultimo anno e il rapporto prezzo-utile è di 14.32. 

Perciò Intesa Sanpaolo risulta il titolo più economico, garantisce un eccellente dividendo del 6.02% ed è quello con maggiore upside: anche in caso di pull-back, è presumibile che i massimi del 2015 verranno ripresi nel giro di uno e due anni e quindi il titolo è da acquistare e tenere. 

Ci sono altri titoli di banche USA da comprare? 

Oltre a Goldman Sachs, sconsiglio di acquistare altri titoli finanziari negli USA. In effetti, i titoli delle maggiori banche registrano variazioni anno su anno vertiginosamente alte. 

JPMorgan Chase (NYSE: JPM) ha un rapporto prezzo utile che sfiora gli 11, quindi potrebbe anche risultare appetibile, registrando però un +65% anno su anno; ciò che preoccupa di più, tuttavia, è la sua esposizione su Evergrande, la cui situazione è stata compresa dagli analisti di JPMorgan con colpevole ritardo. In definitiva, non è un titolo da acquistare subito.

Citigroup (NYSE: C) risulta più economica (rapporto prezzo-utile: 7) e il consensus degli analisti è orientato sull’acquisto o sul mantenimento del titolo, qualora lo si avesse già in portafoglio: personalmente lo ritengo sovraprezzato (+57% anno su anno) e con poco spazio per l’upside. 

Da evitare, e per un bel po’, anche Wells Fargo (NYSE: WFC) che non solo ha raddoppiato il suo valore nel giro di un anno – ma del resto ciò è accaduto anche a Goldman Sachs – ma presenta anche un rapporto prezzo utile ben sopra la media (oltre i 13.5) e paga cedole modeste (1.74%). Meglio dunque starne alla larga. 

Quasi lo stesso rapporto prezzo utile ha anche Bank of America (NYSE: BAC), ottimamente posizionata sulla digitalizzazione, grazie agli ATM contactless e all’assistente vocale Erica, che contava già nel 2017 ben quindici milioni di utenti. Eppure, i prestiti a Evergrande e l’aggiornamento quasi quotidiano dei massimi storici ci dice che il titolo è per ora troppo costoso per essere appetibile. 

In definitiva, meglio limitarsi alla più dinamica Goldman Sachs, puntando poi su Berkshire Hathway, sia in chiave offensiva che difensiva. 

Riepilogo: che percentuali destinare alle azioni? 

Il nostro primo 20%, come detto, è stato destinato agli indici. Ad essi avremmo anche potuto destinare una fetta più consistente del nostro portafoglio, ma nell’ottica della diversificazione è meglio procedere diversamente.

Ora è il momento di presentare un riepilogo delle singole azioni, cui si destina un ulteriore 20%. Per approfondire nuovamente si rimanda qui e qui. Ometto per semplicità i ticker, cioè i simoboli dei titoli, comunque già più volte indicati. 

Ecco allora le percentuali: 

  • Il 10% del nostro portafoglio (quindi, ad esempio, 10.000 euro su 100.000) lo destiniamo alle tech. Ad Apple diamo il 3%, ad Amazon il 3%, a Netflix il 2% (da dicembre e con progressivo alleggerimento!). Il rimanente 2% va equamente distribuito su Alibaba (0.5%), Tencent Holdings (0.5%), Meituan (0.5%)e Pinduoduo (0.5%): non più di questa percentuale giacché la Cina provoca timori e turbolenze maggiori rispetto al previsto. 
  • 2% agli energetici, con 1% a Saipem e 1% a First Solar, con una notevole diversità tra modelli di business e fonti energetiche utilizzate.
  • 2% sul lusso, con 1% a LVMH e 1% a Kering. Eventualmente, come già più volte ribadito, si può pensare anche a Moncler
  • 3% sulle aziende farmaceutiche, con preferenza per Pfizer (1.5%) e poi qualche "scommessa" distribuita allo stesso modo su Invitae (0.5%), Sarepta Therapeutics  (0.5%) e AlloVir (0.5%). 
  • 3% sui finanziari, con equa distribuzione tra Goldman Sachs (1%), Berkshire Hathaway (1%) e Intesa San Paolo (1%). 

Ci rivediamo alla prossima puntata per parlare di dividendi!

(5. Continua)