Sistemato il primo 40% del nostro portafoglio (qui per un rapido riepilogo), continuiamo ad analizzare l’azionariato, ma stavolta da una prospettiva diversa: se prima ci interessavano i profitti dovuti ai possibili aumenti nel prezzo delle azioni, ci focalizziamo ora su quelle aziende che garantiscono delle rendite più o meno costanti attraverso i dividendi. 

Beninteso, quasi tutte le azioni che abbiamo sinora citato e scelto restituiscono dei dividendi, ma lo scopo precipuo per cui le abbiamo scelte non era quello. 

Ai titoli da dividendo riserveremo il nostro 10% e ci attendiamo di avere dei risultati tangibili nel lungo termine, motivo per il quale non daremo molto peso al timing d’entrata né a quello d’uscita, non prevedendo di disinvestire questa porzione del portafoglio tanto presto. 

Alla questione dei dividendi avevo già dedicato un articolo che verrà richiamato per sommi capi nella prossima puntata, ma più che alle cedole mensili, si guarderà a quelle staccate con cadenza trimestrale, per altro molto più comuni. In ogni caso, anche i REITs rientranno la prossima volta nella nostra analisi. 

Cosa sono i dividendi aristocratici? 

Alcune aziende tra quelle quotate nel S&P500 hanno registrato aumenti nei dividendi distribuiti per ben venticinque anni consecutivi, facendo la felicità degli investitori. 

Per i meno avvezzi al mondo della finanza, che potrebbero essere tra i nostri lettori, possiamo instaurare un semplice parallelismo, atto a spiegare la convenienza di avere nel proprio portafoglio alcuni dividendi aristocratici. Immaginiamo di aver stipulato un contratto di locazione per una casa di cui siamo proprietari: l’affittuario ci dovrà dunque versare una quota mensile per usufruire dell’abitazione. 

Ebbene, pare chiaro che, aumentando la cifra pattuita di anno in anno, i guadagni saranno sempre più alti.

Similmente funziona con i titoli etichettati come dividendi aristocratici, poiché la cedola staccata trimestralmente è accresciuta ogni anno negli ultimi venticinque anni. E se ciò si è verificato è assai probabile che il trend continuerà ancora per molto, salvo contingenze impreviste. 

D’altro canto, i benefici di avere dividendi in costante aumento potrebbero essere azzerati da un calo nei prezzi delle azioni, per cui il gioco potrebbe non valere la candela. Perciò non si può di certo scegliere un dividendo aristocratico e metterlo senza indugi nel portafoglio, giacché è comunque necessaria un’attenta analisi e bisogna procedere con la consueta ponderazione. 

Quali sono i dividendi aristocratici? 

Le aziende che fanno parte dell’esclusivo club dei dividendi aristocratici sono ben 65, variamente operanti nei settori in cui viene diviso il mercato. 

Citiamo, senza voler essere esaustivi, alcuni degli aristocratici più noti: 3M (NYSE: MMM), AFLAC (NYSE: AFL), AT&T (NYSE: T), Atmos Energy (NYSE: ATO), Caterpillar (NYSE: CAT), Chevron (NYSE: CVX), Coca-Cola (NYSE: KO), Exxon Mobil (NYSE: XOM), IBM (NYSE: IBM), Johnson & Johnson (NYSE: JNJ), Lowe’s (NYSE: LOW), McDonald’s (NYSE: MCD), Target (NYSE: TGT), Walmart (NYSE: WMT). 

La lista è onusta di nomi altisonanti, quindi, anche escludendo dalla nostra analisi le aziende che si occupano di immobili. 

Se la volessimo fare breve, potremmo dire che tutte queste compagnie sono da comprare e tenere, poiché garantiscono dividendi già buoni – quando non proprio ottimi – ed è assai probabile che ne aumenteranno la consistenza andando avanti nel tempo. Eppure, come abbiamo più volte ribadito, ciascuna società merita un’analisi dei fondamentali (e spesso anche tecnica) per scegliere solo “i meglio fichi del bigoncio”. 

Infatti, nonostante le premesse siano eccellenti, alcuni dei titoli summenzionati avrebbero bisogno di uno storno per tornare su livelli interessanti, per cui sarà bene cercare qualche affare, tenendo sempre a mente la stella polare della diversificazione e, possibilmente, della rotazione settoriale cui si assiste ciclicamente. 

Comprare 3M o Caterpillar? 

3M e Caterpillar rientrano nella categoria delle multinazionali che operano nel settore industriale, pur non essendo delle dirette concorrenti: la prima si occupa di colle adesive, circuiti elettronici e varie componenti delle costruzioni; la seconda vende soprattutto macchinari per le industrie e diversifica il suo business in modo interessante, puntando anche su assicurazioni e prodotti finanziari.

Osservando i fondamentali di queste due aziende, però, la scelta non sembra affatto facile. Poniamo attenzione a questi dati: 

  • la capitalizzazione di mercato è molto simile (supera i 100 billioni) e i profitti stellari sono garanzie su cui non vale la pena soffermarsi; 
  • la variazione anno su anno è tutta appannaggio di Caterpillar con +34.8% contro il 13% di 3M;
  • il rapporto prezzo utile vede come più economico 3M (17.81 vs 25.15);
  • gli utili per azioni sono superiori per 3M (10.16 vs 7.83). 

Finora non abbiamo elementi concreti per operare la nostra selezione. Tuttavia, dato che è di dividendi che si sta parlando, guardiamo al tasso di rendimento e 3M risulta più interessante, con il suo bel 3.27% contro il 2.26% di Caterpillar. 

Inoltre, l’upside di 3M risulta più consistente, con l’ATH di inizio 2018 che necessiterebbe di un rialzo di quasi il 40% per essere ritoccato, mentre Caterpillar palesa decisamente meno spazio in su, con peraltro due figure ribassiste in azioni su daily, tra Engulfing Bearish e Three Outside Down Bearish

Perciò, 3M è la soluzione migliore. 

Comprare Target o Walmart? No, Coca-Cola. 

Le catene per la grande distribuzione Target o Walmart sono acerrime nemiche. In generale, la prima ha come target (perdonate il gioco di parole) i giovani, mentre la seconda punta sui prezzi più bassi possibili. 

Nonostante ciò, nessuna delle due, sul lungo termine, rappresenta una buona scelta per il portafoglio: abbiamo già dedicato tempo e denaro ad Amazon e la sua terrificante concorrenza fa tremare le vene e i polsi, come direbbe Dante, ai due colossi brick and mortar

Non trovo appetibili nemmeno i rendimenti, ambedue a vellicare l’1.50%, così come spaventa la variazione anno su anno di Target (+56%) e il rapporto prezzo per utile di Walmart (attorno ai 40). Numeri che non mi convincono, dunque, e che ci suggeriscono di guardare altrove, anche e soprattutto perché la nostra visione è su un orizzonte temporale proiettato sul futuro. 

Tra le consumer staples, invece, come ignorare Coca-Cola? Tasso di rendimento al 3.12%, fatturato in costante ascesa, distribuzione capillare, strategie di marketing geniali (con marchette, a dire il vero ineleganti, persino nelle canzoni) e molto altro fanno di Coca-Cola un acquisto sicuro, persino da livelli così alti e nonostante il proliferare di mode salutiste. 

Sempre tra gli aristocratici c’è l’alter ego di Coca-Cola, Pepsi (NASDAQ: PEP), invero più performante nell’ultimo anno rispetto a Coca-Cola e con un rapporto prezzo utile di poco migliore: è presumibile però che a trainare Pepsi sia stato il solito, imperioso Nasdaq, e il dividendo un po’ inferiore (2,79%) continua a far prediligere Coca-Cola. D’ogni modo, se non si sa proprio scegliere, possono andare bene ambedue. 

McDonald’s fa male alla salute? 

I tempi delle intemerate contro McDonald’s sono finiti (o quasi): l’azienda fast-food, dopo essere stata accusata di qualsiasi nequizia, si è rifatta l’immagine prestando maggiore attenzione al cibo un po’ più salutista e mettendo nero su bianco le materie prime che compongono i suoi ipercalorici panini. D’ogni modo, non essendo chi scrive un medico o un dietologo, non posso assicurare il lettore che mangiare da McDonald’s sia una buona idea. 

Tuttavia, avere McDonald’s nel nostro portafoglio finanziario ci permette di spendere di più in ristoranti di più nobile lignaggio. L’aristocratico McDonald’s avrà pure una bella concorrenza, ma i suoi quasi 37 mila punti vendita sono là a testimoniarne la grandezza: Subway ne ha persino di più, ma la distribuzione risulta comunque molto più sbilanciata dalla parte degli Stati Uniti. 

Il 2.09% di dividendo è discreto e la crescita lenta ma inesorabile – McDonald’s farebbe venire il latte alle ginocchia a qualsiasi scalper – ci fa pensare che lo sviluppo continuerà indefesso, al di là delle incognite pandemiche: perciò McDonald’s va comprato anche subito, nonostante il sovrapprezzo attuale, perché il possibile storno verrebbe comunque compensato da ciò che ci restituiscono le cedole. 

Lowe’s non ha nulla a che vedere con Mcdonald’s, ma fa parte dello stesso settore, quello dei beni di consumo. Lo cito, però, per far notare che il dividendo di questo aristocratico si aggira sull’1.5%, per cui il 2.09% di McDonald’s, che può apparire bassino, non lo è affatto.

Lowe’s comunque non è da acquistare: le performance eccessivamente buone di quest’anno fanno pensare che il treno sia già passato e che sia meglio aspettare. 

Tra gli aristocratici ci sono tech? 

IBM è il più celebre aristocratico tra le aziende che si occupano di tecnologia. Il suo dividendo è davvero succoso, attestandosi sul 4.77%. Eppure, la lunga crisi di questa ormai storica azienda, che avrà come esito lo scorporamento in due, con una parte più dedicata al cloud computing e l’altra all’intelligenza artificiale, non può lasciare tanto tranquillo l’investitore. 

Il Covid-19 non ha fatto altro che aggravare una situazione già di per sé non buona e il futuro dell’azienda, schiacciata da colossi ben più attrezzati, non può dirsi roseo, anche perché l’oligopolio nel settore dell’informatica si sta facendo sempre più ristretto. 

Per questo motivo, nonostante il dividendo strabiliante, IBM non sarebbe un’aggiunta intelligente al nostro portafoglio, per altro già ben posizionato con le big tech e con il listino tecnologico Nasdaq. 

Nella prossima puntata, allora, si guarderà ad altri settori – oltre ai REITs, non si è ancora fatto parola sull’energetico, sulle telecomunicazioni e sul sanitario – che presentano titoli aristocratici davvero imperdibili.

Infine, non è ancora stato fatto un cenno al vecchio continente e questa imperdonabile mancanza verrà colmata sempre nella prossima puntata: spiace dire, però, che nella categoria degli aristocratici non compaiono nomi italiani più interessanti di quelli che si citeranno, per cui il Bel Paese, in questa parte di portafoglio, resterà in panchina. 

(6. Continua)