Nei due articoli precedenti ci siano dapprima posti alcuni obiettivi per il nostro reddito da pensione e abbiamo poi avviato la costruzione del nostro portafoglio finanziario, in una prospettiva prevalentemente a lungo termine

Agli indici abbiamo riservato il 20% del portafoglio; il prossimo 20% viene dedicato ad azioni non legate ai dividendi e che dovrebbero dare una spinta al nostro portafoglio, con l’ambizione di performare anche meglio rispetto agli indici di riferimento. La soglia percentuale è scelta forse troppo arbitraria e andrebbe cambiata sulla base dell’età. Spieghiamolo meglio. 

In Italia i consulenti finanziari prediligono un approccio molto prudente, riservando fino all’80% del portafoglio alle obbligazioni, mentre in America vige la regola del “100-age”: ad esempio, ponendo di avere trent’anni, il 70% del portafoglio verrà destinato all’azionario e il rimanente 30% alle obbligazioni

Il nostro approccio, com’è forse già evidente, è più americano che italiano, dacché affidarsi troppo ai rendimenti obbligazionari disarma plusvalenze più rilevanti, erose tra l’altro dall’inflazione. Una dimostrazione, qui.

Tornando alle azioni, comunque, incominciamo subito con i fuochi d’artificio: tech, tech, tech!

Il settore tecnologico è performante? 

Degli undici settori in cui si suole suddividere l’azionariato il settore tecnologico è negli ultimi anni, ça va sans dire, il più performante. In un mondo che va sempre più verso la tecnocrazia e nel quale le grandi multinazionali del web ormai la fanno da padrone, sarebbe sciocco non mettere nel portafoglio qualche nome importante del settore. 

Nel semplice grafico qui sotto si vede come la performance dei tech sopravanzino anche due indici che hanno avuto crescite folgoranti, negli ultimi tre anni, come S&P500 e Nasdaq (quest’ultimo, come è stato detto, già di per sé sbilanciato dalla parte dei big tech). Se nello stesso grafico avessi inserito delle comparazioni con gli altri settori, la differenza sarebbe stata ancora più impietosa

Ovviamente, non per questo dobbiamo andare all-in su questo settore e abbandonare il resto: l’obiettivo, è bene ribadirlo, è sempre quello della diversificazione, anche perché nessuna azienda, per quanto stabile e profittevole, opera senza un certo margine di rischio. 

I primi a cadere sotto la nostra lente di ingrandimento non possono che essere le “big tech”, per i quali è stato anche coniato un celebre acronimo FANG (Facebook, Amazon, Netflix e Google, ossia Alphabet), poi FAANG con l’aggiunta di Apple e, per alcuni, FAANG+T, ove la T indica Tesla, azienda da annoverare nella categoria delle big tech e non delle case automobilistiche. Anche Microsoft, viste le sue spaventose dimensioni, non può che appartenere alla categoria. 

Come vanno le “big tech”?

Avendo impiegato una parte del nostro portafoglio sul Nasdaq, potremmo dire che le “big tech” sono già indirettamente parte della nostra potenza di fuoco. Inoltre, a consigliarle tutte e subito non si sbaglierebbe: il modello di business proposto da queste aziende, basato sulla galoppante trasformazione digitale, sul cloud, sull’intrattenimento, sul nuovo modo di lavorare (anche a distanza), è il migliore in assoluto. 

Certo, qualche grattacapo a queste mastodontiche multinazionali può essere dato dai governi di tutto il mondo, tra regole più stringenti e tassazioni meno compiacenti. Tuttavia, al di là della severa stretta del Dragone contro alcuni colossi cinesi, non si registrano scosse telluriche di rilievo nel mondo delle big tech che mostrano i muscoli con capitalizzazioni (in dollari) quasi impronunciabili: Apple (NASDAQ: AAPL) registra circa 2.5 trilioni; Microsoft (NASDAQ: MSFT) 2.2 trilioni; Alphabet (NASDAQ: GOOGL) 1.8 trilioni; Amazon (NASDAQ: AMZN) 1.7 trilioni; Facebook (NASDAQ: FB) 1 trilione. 

In maniera spregiativa, queste aziende vengono solitamente raggruppate sotto l’etichetta GAFAM. Tornando alle FAANG+T, anche i “piccoli” Netflix (260 bilioni) e Tesla (750 bilioni) non se la passano male. Com’è lecito attendersi, tutte queste aziende, nel corso degli ultimi anni, hanno galoppato a ritmi vertiginosi, presentando spesso conti da urli che hanno gonfiato le quotazioni in borsa. 

Scopriamo allora quali, tra questi giganti, conviene comprare e tenere a lungo

Quali big tech andranno su nei prossimi anni? 

Tra i big tech citati, quello più “in bolla” è senza ombra di dubbio Tesla (Nasdaq: TSLA): il rapporto prezzo utile è, al momento della scrittura, a un esorbitante 394.72; la variazione anno su anno supera il +100%; la ripresa dal sell-off di inizio pandemia è stata pirotecnica, quasi paragonabile alla follia dei meme-stock o di alcune crypto. 

Nonostante il futuro appaia radioso, scommettere su Tesla – che ora fronteggia anche un’agguerrita concorrenza – è ora assai rischioso. In altri termini, il treno è già passato e salirci a bordo adesso potrebbe esporre il nostro portafoglio a imprevisti anche spiacevoli. Meglio semmai ricorrere alle opzioni, cui dedicheremo una sezione a parte. 

Avevo consigliato Netflix oltre un mese fa e il rendimento è stato eccellente, superando anche le aspettative. È già tempo di prendere i profitti.

Per chi vuole rientrare, può attendere lo storno del Nasdaq (se mai si verificherà) e farà bene a mettere Netflix in portafoglio dopo gli earnings di ottobre, ma ancora meglio verso la fine di novembre, allorché si manifesterà eccitazione per la conclusione (sarà davvero così?) de “La casa di carta” e per altri importanti titoli. Dopodiché: tenere, ma alleggerire a ogni top. 

Anche Amazon sta seguendo esattamente la rotta che avevamo tracciato. Sul lungo termine, comunque, comprare senza indugi, anche nello scenario – ottimale per noi, non ottimale per l’azienda – di un inverno normale e senza lockdown. Il rendimento anno su anno lascia ancora a desiderare, nonostante l’ultimo mese: comprare!

Alphabet continuerà a salire? 

Alphabet, meglio conosciuta come Google, ha il ritorno anno su anno migliore tra le big tech, ivi esclusa Tesla, segnando un bel +85%. Francamente troppo, nonostante il core-business di Google vada a gonfie vele: nell’advertising domina incontrastato e Youtube, da solo, ha prospettive di crescita per quest’anno che eccedono il 45%, doppiando persino quelle di Netflix.

Tuttavia, nel cloud Amazon e Microsoft sono avversari agguerriti e ad Android molti preferiscono IOS di Apple. La prospettiva di fare a meno dello smart-working e della didattica a distanza, poi, pone un freno a G-suite e, anche in questo settore, non manca la concorrenza (Zoom, in primis). Inoltre, il Dipartimento di Giustizia americano continua la sua crociata contro il monopolio di Google, il cui motore di ricerca viene utilizzato dal 90% degli americani, divenendo quindi un bersaglio del legislatore. 

Per tutti questi motivi, comprare adesso Alphabet, per altro sui massimi storici, è imprudente. Per quanto poi il futuro appaia roseo, tra i titoli FAANG è quello che al momento risulta il meno appetibile e non saprà performare molto meglio del Nasdaq, almeno per alcuni anni. A condizioni diverse, ovviamente, si può valutare l’acquisto. 

Discorso analogo vale anche per il primo dei FAANG, Facebook, di cui non ci occupiamo e che escludiamo al momento dal nostro portafoglio. 

Comprare Apple o Microsoft? 

Microsoft è la più cara tra le GAFAM con un rapporto prezzo utile di circa 37. Comunque, gli ottimi dati riportati negli scorsi trimestri fanno apparire l’azienda come una solida garanzia e il suo nome, un tempo inviso all’antitrust e ai regolatori, è quasi sparito dai radar dei tribunali, rendendo il titolo ancor più impermeabile ai rischi. 

Tuttavia, se la pandemia ha fatto schizzare le vendite dei computer, dei laptop e dell’ottimo Surface, è improbabile che il trend positivo continui indefesso al migliorare del quadro sanitario. Impressiona la crescita nel “cloud” con Azure e i miglioramenti introdotti a Teams meritano un plauso. Nel comparto gaming Xbox, invece, rimarrà probabilmente dietro alla ben più amata Playstation

Gli analisti, pur esprimendo un giudizio generalmente positivo sul titolo, prevedono un upside tutto sommato modesto dai livelli attuali: 

  • Citigroup è decisamente il più ottimista con un pt di 411$;
  • Bank of America vede Microsoft a 340$; 
  • Bernstein un po’ sotto, a 333$; 
  • J.P. Morgan a 310$, vicinissimo ai 297$ di adesso. 

In generale, quindi, Microsoft non rientra tra i miei preferiti per il portafoglio. 

Su Apple, invece, mi ero già espresso e rimando a questo articolo. In breve, però, non penso che i costi di produzione maggiore, di cui spesso si parla, spaventeranno il colosso di Cupertino e, dopo la presentazione dei nuovi iPhone (o, a voler aspettare, la prossima primavera), Apple va comprata e tenuta quasi all’infinito (vige il motto: buy, hold, don’t trade it!).

Come va il settore tecnologico in Cina? 

Abbiamo già detto nella seconda parte della guida che il governo cinese ha calato la scure contro molte aziende, accanendosi con particolare veemenza sulle big tech come Alibaba (NYSE: BABA), di cui avevo già raccomandato l’acquisto. 

Gli sconti che ci ha “regalato” il Dragone, però, meritano una qualche attenzione in più. In primis, Tencent Holdings LTD (SEHK: 700), che registra un pericoloso -47% anno su anno, rivede proprio in questi giorni un ritorno dei volumi (e di fiducia da parte degli investitori) e gli sforzi della società di accontentare il governo cinese, limitando ad esempio l’uso di WeChat per gli under 12, potrebbe continuare a garantirle un regime di tassazione agevolato. 

I segnali distensivi nei confronti degli USA da parte di Xi Jinping sono un altro segnale incoraggiante, per cui i margini di crescita di Tencent sono davvero notevoli. 

Si sono già avvantaggiate dei problemi di Alibaba anche Meituan (SEHK: 3690) e Pinduoduo (PDD) che ne hanno minato il sostanziale monopolio. Probabile che il governo cinese, invece che scagliarsi indifferentemente su tutte e tre, tolleri un oligopolio e anche queste due giovani realtà hanno prospettive di crescita notevoli. 

La parte percentuale da dedicare alle tech verrà definita alla fine del nostro excursus sulle azioni. 

(3. Continua)