Ottimo balzo degli indici azionari sia in Europa che negli Stati Uniti (nuovi record storici per l’S&P500 oltre i 2 mila punti) sulla scia delle dichiarazioni rilasciate dal governatore della BCE, Mario Draghi, venerdì sera al Simposio dei banchieri centrali di Jackson Hole nel Wyoming in materia di politica monetaria e di condizioni del mercato del lavoro. Nel proprio intervento Draghi ha utilizzato toni molto “dovish” sottolineando come nel mese di agosto l’inflazione abbia mostrato un ulteriore rallentamento e le aspettative di inflazione di medio termine (misurate dal 5 year/5 year inflation swap rate) abbiano registrato un calo importante (15 basis points) scendendo al di sotto del 2%, prima volta da ottobre 2011.

Inevitabilmente il prolungato periodo di bassa inflazione in Europa, i possibili rischi di deflazione, il rallentamento della crescita economica hanno portato i mercati (azionari e obbligazionari) a scontare il possibile lancio da parte della BCE di un piano di QE (ovvero di acquisto di titoli governativi principalmente titoli di stato). Lo stesso cambio eurodollaro ha aperto la settimana con un gap ribassista (un salto verso il basso di 12 pips da 1,3222 a 1,3210) scendendo in sessione fino su un minimo intraday a 1,3184, nuovo bottom dal 9 settembre 2013, per poi oscillare in tutta la seduta vicino a 1,32.

Ma, quindi, ci dobbiamo veramente aspettare un nuovo massiccio piano di acquisti di titoli governativi anche in Eurolandia?

Non proprio.

Crediamo che il QE sia l’ultimo strumento che Draghi vorrà tirare fuori dalla propria cassetta degli attrezzi. Non solo ci sono i forti ostacoli dei membri conservatori del Governing Council (Jens Weidmann governatore della Bundesbank, Erkki Liikanen governatore della Banca Centrale Finlandese, Klaas Knot numero uno di quella olandese e Ewald Nowotny di quella austriaca) ma anche la complessità del piano sarebbe notevole (vincoli costituzionali in alcuni paesi). Inoltre il tanto famigerato QE in salsa europea potrebbe avere un impatto molto diverso sull’economie della Zona Euro rispetto alle esperienze di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna.