Ci risiamo. Torna ad apprezzarsi il biglietto verde dopo il meeting della Fed e a farne le spese sono soprattutto le commodity. Così l’oro è finito nuovamente sotto pressione, con il prezzo sceso ai nuovi minimi da luglio 2010, rompendo il supporto strategico collocato a 1.180 dollari/oncia. Ma è davvero finita l’era dell’oro?

È opportuno fare un salto alle decisioni della Federale Reserve di mercoledì sera. La Banca centrale statunitense ha terminato il piano di acquisto asset (Quantitative Easing, QE), lasciando però invariato il riferimento ai tassi bassi ancora “per un periodo considerevole di tempo”. Il mercato non sembra essere rimasto scosso da queste due decisioni, che erano già scontate nei prezzi. Quello che ha stupito gli operatori è il quadro dipinto dalla Fed, più ottimistico rispetto a quello che ci si aspettava. Nessun riferimento è stato fatto:
- alle tensioni che abbiamo visto sui mercati finanziari recentemente,
- ai timori del rallentamento della crescita globale,
- alla forza del dollaro

come potenziali fattori di rischi al ribasso (downside risks). Anche sull’inflazione, i toni sono apparsi abbastanza distensivi. Tutte queste considerazioni hanno fatto che il mercato interpretasse il comunicato meno accomodante rispetto a quanto ci si aspettava inizialmente. Gli acquisti sul dollaro sono stati impressionanti a conferma che di quanto non fosse atteso dal mercato un simile atteggiamento della Fed (soprattutto con riferimento al punto 3).

Sul fronte macro, la Fed vede minori tensioni sul mercato del lavoro, eliminando la frase secondo cui la forza lavoro rimane “ampiamente sottoutilizzata”. Insomma, sembrerebbe che la Yellen si stia preparando a dicembre a essere un po’ più aggressiva del solito. Questo ci induce a pensare che l’apprezzamento del biglietto verde potrebbe non essere terminato qui. Ogni dato macro migliore delle attese sarà preso come spunto per tornare immettere dollari in portafoglio da parte degli investitori, come accaduto ieri dopo i dati sul Pil.