Rimane debole l’oro nonostante la delusione arrivata dal Pil statunitense in settimana. Secondo la stima flash, la crescita dell’economia a stelle e strisce nei primi tre mesi dell’anno si è quasi arrestata (+0,1% annualizzato contro il +2,6% del trimestre precedente). Contributi negativi sono arrivati da quasi tutte le componenti, in particolar modo dalla bilancia commerciale che ha visto un calo dell’export di oltre sette punti percentuali rispetto al periodo precedente.

La notizia non ha tuttavia scosso particolarmente i mercati, poiché si tratta pur sempre di un dato consuntivo che “ragiona” poco in ottica prospettica. Gli operatori sembrano aver dato maggiore peso ad altri fattori, come le stime Adp sui nuovi posti di lavoro nel settore privato Usa e all’Ism manifatturiero, risultati migliori delle attese.

Intanto la Fed ha ridotto di altri 10 miliardi di dollari gli acquisti di asset e ci aspettiamo che continui nei prossimi meeting sino ad azzerarli entro ottobre. Le indicazioni macro deboli, a nostro avviso, peseranno solo sul timing per il rialzo dei tassi e non sulla dinamica del QE. In quest’ottica, saranno importanti le indicazioni che arriveranno dai non farm payrolls di aprile che dovrebbero in qualche modo rappresentare meglio le prospettive di recupero dopo la frenata subìta a inizio anno. Un simile evento potrebbe confermare l’attuale debolezza dell’oro.

Gli elementi che potrebbero arginare la discesa del metallo giallo si chiamano, Ucraina e Cina. Il livello di tensioni nell’Est dell’Europa rimane molto alto dopo gli sviluppi di questa settimana. Le sanzioni elargite alla Russia da parte degli Usa e della Ue non sembrano sortire alcun effetto e i ribelli filorussi presiedono ancora molti palazzi pubblici. Dopo il referendum in Crimea, anche Donetsk si prepara a chiedere ai cittadini la volontà di separarsi dall’Ucraina l’11 maggio prossimo. L’attenzione degli operatori rimane alta in vista di quella data.