I nuovi posti di lavoro nei settori non agricoli in Usa ad aprile sono saliti di 288 mila unità, contro le 210 mila attese. Il tasso di disoccupazione si è attestato al 6,3% (consensus 6,6%), livello più basso da settembre 2008. Sono stati rivisti al rialzo sia i dati di febbraio (a +222 mila unità da +197 mila) che quelli di marzo (a +203 mila da +192 mila). La crescita media mensile dei nuovi occupati si è così portata a +190 mila unità negli ultimi 12 mesi. I contributi positivi sono arrivati dal settore dei servizi alle imprese (+75 mila unità) e dalle vendite al dettaglio (+35 mila unità). Bene anche il comparto delle costruzioni e quello alimentare.

Il numero dei disoccupati è sceso sotto la soglia di 10 milioni (a 9,8 milioni), con un calo mensile di 733 mila unità, mentre i disoccupati di lungo periodo hanno mostrato una flessione di 287 mila unità, raggiungendo quota 3,5 milioni. La portanza di questi dati, però, potrebbe essere inficiata dal calo del tasso di partecipazione alla forza lavoro, tornata ai minimi da ottobre scorso (al 62,8%).

Sono state figure veramente eccezionali quelle odierne che difficilmente potrebbero essere lette in maniera negativa. Trascurando il tasso di disoccupazione, che potrebbe essere stato influenzato dal basso tasso di partecipazione, non si può nascondere il fatto che l’economia americana ha ripreso a creare posti di lavoro a un ritmo impressionante. I dati sostengono la view della Fed, secondo cui la ripresa riguadagnerà forza nei prossimi mesi e cancella le figure deludenti sul Pil del primo trimestre rilasciate in settimana. Il mercato sembra non avere più dubbi sulla prosecuzione della riduzione del QE nei prossimi mesi e si concentra ora sul possibile rialzo dei tassi di interesse. Rimane questo il vero obiettivo di politica monetaria, su cui agiscono, non solo i dati del lavoro, ma anche l’inflazione. Se i prezzi al consumo dovessero tornare ad avvicinarsi al 2%, la Fed non ci penserà due volte ad alzare i tassi d’interesse.