Torna sotto pressione l’oro dopo i dati sulla crescita arrivati dagli Stati Uniti. I recenti movimenti stanno creando dubbi tra gli investitori sulla direzione che potrebbe prendere il metallo prezioso nei prossimi mesi, in un contesto di mercato che è tornato ad essere incerto e volatile.

Il dato impressionante sul Pil del secondo trimestre in Usa (+4% annualizzato) sembra risuonare ancora nelle sale operative e neanche le rassicurazioni arrivate dalla Fed mercoledì sera sembrano averne assopito il rumore.

I dati super sulla crescita della prima economia del mondo spingono gli operatori a puntare a un rialzo anticipato dei tassi d’interesse della Banca centrale Usa. Nel comunicato rilasciato dal Fomc, i governatori hanno cercato di allontanare questi timori, puntualizzando che, nonostante i numeri positivi, il mercato del lavoro non è ancora in salute. L’accento è stato posto ancora una volta sul tasso di crescita dei salari (ora vicino al 2%) ancora troppo basso per modificare le aspettative inflattive di medio termine e ben lontano dal target del 4% desiderato dalla Fed.

Gli operatori non sembrano essere stati pienamente convinti. Il continuo apprezzamento del dollaro statunitense, la discesa delle borse e il violento rialzo dei tassi d’interesse dei Treasury confermano questa nostra impressione. A farne le spese è stato anche l’oro, precipitato ai minimi dal 19 giugno scorso (precedente meeting del FOMC). Il calo è una conseguenza:

  1. diretta della crescita delle aspettative di un rialzo dei tassi della Fed;
  2. indiretta del forte apprezzamento biglietto verde (il Dollar Index schizzato ai massimi da quasi un anno).

Cosa aspettarsi ora?

La nostra sensazione è che fino a settembre il metallo giallo potrebbe continuare a oscillare con una certa volatilità intorno ai 1.300 dollari. Ogni dato macro Usa deludente e/o un riaccendersi delle tensioni geopolitiche potrebbero alimentare tentativi di recupero e ricoperture da parte dei ribassisti.