Dagli Usa arriva l'allarme per un calo della produzione dal bacino del Presmian, uno dei più produttivi sul fronte del greggio Usa. Il tutto mentre sull'Iran incombono le nubi delle sanzioni.

Cosa sta succedendo?

Il Bacino del Presmian sta iniziando a perdere qualche colpo sdi troppo nel settore della produzione di shale oil Usa, lo stesso sul quale, con ogni probabilità, puntava anche il presidente Usa Donald Trump per rimpiazzare le possibili mancanze derivanti dallo stop delle forniture iraniane, a loro volta colpite dalle sanzioni decise dagli Usa e che inizieranno già dal 4 novembre. In realtà si tratta di numeri relativamente minimi (previsioni Eia parlano di un 2019 caratterizzato da un incremento di 840mila barili al giorno, invece di 1,02 milioni) ma che testimonia, però, non solo la possibilità che la gallina dalle uova d'oro non sia poi così florida come si pensava inizialmente ma anche, e soprattutto, la fragilità di un sistema che mai come adesso deve giovare sul filo di lama dei numeri. Da un lato, infatti, si denota ora l'interrogativo dello shale oil Usa, dall'altro arriva la certezza di un calo dall'Iran a causa delle sanzioni che scatteranno dall'inizio di novembre, il tutto mentre la Libia e l'Iraq continuano ad essere orizzonti altrettanto incerti. Il tutto senza contare la stagione degli uragani che negli Stati Uniti è all'inizio e già fa temere per la tenuta delle infrastrutture petrolifere.

L'addio all'Iran  

Giappone, Corea del Sud e India sarebbero tra i fattori che, indirettamente, avrebbero portato ad una situazione di crisi sullo shale oil. Il motivo? Venendo a mancare le forniture iraniane si è creata la necessità di trovare un sostituto, da qui il ricorso alle raffinerie Usa. Ovviamente, però, non si è trattato semplicemente di sostituire il pregiato greggio iraniano (di qualità superiore) con lo shale oil Usa (inferiore e perciò non sempre utile) ma anche di far fronte ad un aumento imprevisto della richiesta, aumento che ha messo a dura prova le infrastrutture, già al limite della portata. Da qui la volontà di potenziare le tubature e la relativa portata, con una serie di tecnologie che, però, potrebbero paradossalmente rivelarsi esagerate dal momento che il bacino in sé presenta delle criticità già nelle future potenzialità di estrazione che starebbero diminuendo addirittura prima del previsto. Quello del bacino del Presmian potrebbe essere perciò l'ultimo tassello di una serie di carenze che potrebbero spostare il livello delle quotazioni oltre i 100 dollari al barile, come recentemente confermato dagli analisti.