Negli ultimi 2 anni il prezzo del petrolio è passato da 26 dollari al barile ai circa 77 di questi giorni, un aumento favorito da più elementi, oltre a quello classico del riequilibrio tra domanda ed offerta. Tra i fattori che hanno favorito la spinta ci sono non solo le politiche di tagli sull'output volute dall'Opec ma anche i sempre più numerosi focolai di tensioni internazionali presenti soprattutto nell'area mediorientale. Il tutto senza contare la questione delle sanzioni statunitensi in arrivo per l'Iran.

Le previsioni di Citi

Partendo da questo scenario gli economisti di Citi hanno lanciato un allarme: un aumento sostenuto dei prezzi del petrolio in parallelo a dati di crescita economica globale più deboli del previsto potrebbero creare un mix deleterio particolarmente ostile per gli investitori soprattutto per quelli esposti verso gli asset più rischiosi.

La ripresa delle quotazioni del greggio ha contribuito ad aumentare i profitti dell'azienda ma l'improvvisa escalation della situazione iraniana, con la volontà espressa dal presidente Usa Donald Trump di uscire dall'accordo sul nucleare iraniano e imporre nuove sanzioni alla repubblica islamica, tra queste il ritorno del blocco delle esportazioni di petrolio creano un cambiamento geopolitico estremo che potrebbe innescare un'onda lunga nella direzione della "stagflazione" (bassa crescita economica al limite della recessione ed aumento dell'inflazione) secondo quanto reso noto da Mark Schofield. L'Iran copre il 4% della produzione mondiale di petrolio: guardando il precedente storicamente più vicino, ovvero quello del 2012 con le sanzioni imposte dall'amministrazione Obama il calo registrato sul mercato è stato pari a circa 1,5 milioni di barili al giorno (bpd). Il Piano d'azione globale congiunto (JCPOA) chiuso nel 2015 con la firma di Russia, Cina, Francia, Germania, Regno Unito e Usa ha permesso la revoca delle misure e il ritorno sulla scena internazionale della repubblica islamica con l'aumento della produzione di greggio di oltre 1 milione.