Come si temeva, le divergenze sulle strategie per la produzione del greggio hanno creato molte tensioni tra i membri dell'organizzazione dei paesi produttori di petrolio, tensioni che hanno coinvolto anche chi, come la Russia, partecipa alle strategie di monitoraggio e controllo del prezzo del greggio, dall'esterno.

Le quotazioni del Brent

La conferma arriva dai numeri, quelli del prezzo del petrolio visti questa mattina in forte ribasso: il WTI è arrivato a cedere fino al 2%, affondando a $63,73 al barile e toccando i minimi di aprile, per poi riprendersi ed arrivare a 64,33 alle 11. Il Brent allo stesso momento è fotografato a $72,90. Al centro ci sono i diversi incontri preparatori che si terranno in vista del meeting ufficiale previsto per il 22 giugno, durante il quale tutti i produttori e i paesi esportatori dovranno decidere le nuove strategie da adottare per la produzione di greggio per i prossimi mesi. Tanti, troppi i fattori di incertezza, da quella politica (sanzioni in Iran, crollo della produzione Venezuelana, scioperi e caos in Brasile) a quella commerciale con la guerra dei dazi, passando per le conseguenze della politica monetaria internazionale, in primis gli sbalzi sul dollaro. Non solo,  ma da qualche tempo l'Opec, l'organizzazione dei paesi produttori, ha perso molta della sua influenza sul mercato vista al concorrenza di altri grandi rappresentanti: la Russia e gli Usa, ad esempio, coprono una fetta sempre più ampia del greggio, con Mosca che già a giugno del 2017 era ufficialmente il primo produttore al mondo di petrolio e gli Usa che sono invece visti come i prossimi leader, ovvero quelli che scalzeranno la Russia dal podio.