David Moss, Managing Director e Co-Head of Global Equities di BMO Global Asset Management, spiega che è difficile anticipare l’andamento del petrolio dato che è guidato da diversi fattori che non hanno nulla a che vedere con i fondamentali alla base della domanda e dell’offerta – politica in primis. Anche se guardiamo semplicemente alla struttura dell’offerta, il contesto non è chiaro a causa dell’influenza dell’OPEC e dei diversi obiettivi dei suoi membri.

Nel lungo periodo sembra evidente che il crescente impiego di energie rinnovabili ridurrà il consumo di combustibili fossili ma, nonostante la rapida crescita di veicoli elettrici, il petrolio rimarrà ancora per molto tempo importante nell’ambito dei trasporti. Nel breve periodo la domanda rimarrà robusta, le sanzioni ridurranno la produzione iraniana, quella venezuelana continua a restringersi e la produzione americana di scisto risulta attualmente vincolata dal collo di bottiglia del bacino Permiano (tra Texas e Nuovo Messico). Questi fattori suggeriscono che il prezzo del petrolio si manterrà intorno ai livelli attuali, muovendosi in una fascia compresa tra i 60 e gli 80 dollari.

Ci sono quindi opportunità per gli investitori? Il business più esposto è quello delle grandi società petrolifere come Royal Dutch, Total o ENI, che sono state tra le più performanti dato l’aumento del prezzo del barile - spiega David Moss -. Tuttavia, avevano subito forti ribassi in precedenza e solo dopo aver accusato seri problemi di redditività hanno iniziato a ridurre le spese e a favorire flussi di cassa necessari per pagare i dividendi senza ricorrere ad ulteriori finanziamenti. Il problema che vediamo in queste società dal punto di vista degli investimenti è che, anche se al momento il quadro sembra positivo, il dato del ROE rimane altalenante e non crediamo che le spese in conto capitale vengano tenute sotto controllo ancora a lungo.