L'Agenzia internazionale dell'Energia (Aie) conferma che per il biennio 2017-2018 le stime al rialzo elaborate negli scorsi mesi.

La situazione 

Il terzo trimestre ha registrato una diminuzione del ritmo di crescita della domanda rispetto ai tre mesi precedenti (a loro volta in aumento grazie per lo più alla richiesta in arrivo dai paesi Ocse) sia a causa della stagionalità che dell'impatto negativo degli uragani Harvey e Irma. Per i prossimi mesi, perciò, l'AIE parla di un impulso da 1,6 milioni di barili al giorno sulla crescita della domanda mondiale di petrolio per il 2017, il che porterà il saldo finale a 97,7 milioni di barili. A dare ulteriore fiducia anche le intenzioni manifestate dai membri Opec in collaborazione con alcuni produttori esterni all'organizzazione, di voler prolungare l'accordo sui tagli alla produzione chiuso nel novembre del 2016; stando alle intenzioni dei firmatari, infatti, i tagli previsti potrebbero aiutare a riequilibrare il mercato e sostenere il prezzo del barile. Attualmente il Brent viaggia a 56,48 dollari al barile, in calo dello 0,8% mentre più marcata è la discesa del Wti 50,8 dollari pari a -1%, in entrambi i casi meno della metà di quanto toccato a giugno del 2014 con una valutazione che arrivò in quel caso a 114 dollari al barile. Ma nonostante gli sforzi delle nazioni coinvolte appaiono ancora vari e mutevoli i fattori che possono garantire nel futuro la stabilità dei prezzi.

Il colpo di scena

Non solo, ma la stessa Opec, con l'entrata in scena degli Usa come nuovi protagonisti del settore all'interno della rivoluzione dello shale oil, hanno visto progressivamente perdere il proprio ruolo leader sul greggio. A questo vada anche aggiunto un altro elemento: l'ottimizzazione delle tecniche di estrazione ha permesso un aumento generalizzato dell'output anche per chi, come la Russia ad esempio, era già un forte produttore. Tanto petrolio, dunque, aumentato anche dalla costante avanzata delle fonti di energia alternativa. La stessa Cina ne è l'esempio, con la sua politica fondata sul calo dello sfruttamento delle classiche fonti energetiche a favore delle rinnovabili, proprio mentre il suo Pil e quindi la sua facoltà energivora, sono in calo. Pechino è alla base dei timori dell'Aie: spesso ago della bilancia (a volte anche decisivo) il Dragone, diminuendo il suo fabbisogno di greggio, potrebbe rivelarsi un altro fattore zavorrante per le speranze di ripresa del prezzo del petrolio. Sulla base di queste incertezze arriverebbe la clamorosa notizia: Opec e Usa insieme per riuscire a stabilizzare definitivamente le quotazioni dell'ormai ex oro nero. La conferma arriverebbe dalle parole che avrebbe pronunciato Mohammed Barkindo, segretario generale dell’Opec nell'esortare gli "amici dei bacini shale a condividere questa responsabilità con tutta la serietà che merita". In effetti, secondo la view dell'AIE, il mercato si sta riequilibrando spontaneamente, il problema però, sottolinea Neil Atkinson, head della divisione oil industry AIE, è che questo riequilibrio è più lento di quanto inizialmente previsto dalla maggior parte delle nazioni che a suo tempo firmarono l'accordo sui tagli della produzione.