Il petrolio arriva all'appuntamento con l'estate con ben 5 settimane di ribassi.

La settimana corrente è stata la prima a mostrare timidi segnali di ripresa delle quotazioni del petrolio (sia brent che WTI).

Tecnicamente potrebbe trattarsi del cosiddetto "rimbalzo del gatto morto".

Lo scenario globale ha evidenziato un prosieguo dei paventati tagli alla produzione da parte dell'OPEC (parzialmente rispettati). Ma il vero driver sono stati gli USA, i quali hanno visto una crescita del livello delle scorte di petrolio. La motivazione è ben chiara ed è stata la ripresa delle estrazioni di shale oil, parzialmente interrotte dalla crisi di fine 2015.

E adesso?

Osservando i grafici delle quotazioni del petrolio si evince ad occhio nudo che negli ultimi 2-3 anni il livello al quale è prezzato oggi il petrolio (poco sopra i 40 dollari al barile) ha rappresentato uno spartiacque. Pertanto è lecito aspettarsi di capire se il crollo continuerà (siamo intorno al 25% oggi da inizio anno), oppure che trend seguirà.

Rispetto al dicembre 2015 l'OPEC ha mostrato tentativi di stabilizzazione. Si ricordi che l'attegiamento iniziale dell'Arabia Saudita nel 2015 non era quello di chi vuol frenare la discesa. Infatti l'obiettivo era quello di abbassare i prezzi per mettere fuori mercato lo shale oil. Mentre gli USA potrebbero aver affinato le tecniche di estrazione, consentendo di sopportare prezzi più bassi della materia prima.

Questi aspetti è lecito ipotizzare che potrebbero portare ad ipotizzare una stabilizzazione sugli attuali livelli dei prezzi, evitando il crollo intorno ai 30 dollari.