Arresto per diffamazione a mezzo stampa: è incostituzionale

Dopo aver invitato il Parlamento a mettere mano al reato di diffamazione a mezzo stampa la Corte Costituzionale ha preso l'iniziativa e ha abrogato la parte della normativa che prevede come automatico il carcere in caso di condanna per diffamazione a mezzo stampa. il reato rimane, ma dovrà essere il giudice a valutare caso per caso la gravità del fatto commesso.

Image

La Corte Costituzionale con una decisione del 22 giugno 2021 ha dichiarato parzialmente incostituzionale il carcere previsto nel nostro ordinamento per il reato di diffamazione a mezzo stampa. La suprema corte in realtà non ha abolito questo reato, che continua a permanere e che in condizioni di particolare gravità sarà ancora sanzionato con la reclusione, ma ha comunque dato uno scossone al legislatore al quale già con una precedente sentenza aveva chiesto di intervenire modificando la legislazione in materia di diffamazione a mezzo stampa.

Niente più carcere, ma solo una multa per la maggior parte delle condanne per diffamazione a mezzo stampa. Continuerà però ad essere ospitato nel nostro codice penale anche la possibilità di detenzione per tutti i casi in cui il giudice riterrà che il fatto commesso e i danni causati siano particolarmente gravi. Spetterà adesso al Parlamento intervenire con una normativa che sia più aderente al principio fondamentale della libertà di stampa e di pensiero previste tra i principi fondamentali della nostra carta costituzionale e che quindi possono essere limitati solo in situazioni di particolare gravità e comunque in modo mirato e circoscritto.

Come si è arrivati alla incostituzionalità del carcere per diffamazione a mezzo stampa

Davanti alla Corte Costituzionale i Tribunali di Salerno e di Bari avevano presentato una mozione con la richiesta di esaminare la costituzionalità del carcere previsto per il reato di diffamazione a mezzo stampa presente in due diversi articoli del nostro ordinamento. La suprema corte aveva emesso una ordinanza, la numero 243 del 2020, con la quale

invitava il legislatore ad intervenire con una certa rapidità per rimodulare, modernizzare e rendere meglio aderente sia con la nostra Costituzione che con la Convenzione dei Diritti dell’Uomo la legislazione in materia di diritto di stampa. 

Sospendere una decisione invitando il Parlamento a fare la correzione che adeguino la legge alla carta Costituzionale è una pratica piuttosto diffusa da parte della corte suprema. La ragione è quella di evitare che venga a formarsi un vuoto legislativo, nel caso si proceda all’immediata cancellazione delle norme irregolari.

Secondo quanto si legge sul comunicato stampa emesso dalla Corte Costituzionale, in attesa di depositare la sentenza con la motivazione completa: visto il mancato intervento da parte del legislatore, la stessa ha ritenuto di dichiarare incostituzionale l’articolo 13 della legge numero 47 del 1948 sulla stampa. 

La stessa corte ha invece ritenuto che non fosse in contrasto con la Costituzione l’articolo 595 terzo comma del codice penale dove parimenti è prevista la reclusione in caso di diffamazione a mezzo stampa, ma la stessa non deve essere applicata dal giudice in modo automatico, ma solo nel caso valuti che il comportamento esaminato sia di particolare gravità.

Come sarà trattato adesso il reato di diffamazione a mezzo stampa

Al momento vista la dichiarazione di incostituzionalità di uno degli articoli fondamentali della normativa che si occupa di diffamazione a mezzo stampa, la nostra normativa è diventata monca, nonostante il reato sia riconducibile anche al codice penale, e dovrà essere quanto prima reintegrata da parte di un intervento del Parlamento. 

È la stessa Corte Costituzionale a sollecitarlo con il comunicato del 22 giugno 2021 dove si legge:

resta attuale la necessità di un complessivo intervento del legislatore in grado di assicurare un più adeguato bilanciamento tra libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione individuale anche alla luce dei pericoli sempre maggiori connessi all’evoluzione dei mezzi di stampa.

In sostanza la legge sulla stampa, che risale al 1948, anche se nel corso degli anni ha subito dei ritocchi necessita di essere rimodernata e attualizzata.

Diffamazione a mezzo stampa e articolo 13 della legge sulla stampa

L’articolo di legge abrogato dalla Corte Costituzionale è il 13 della legge sulla stampa, che prevede che in caso si commetta diffamazione con il mezzo della stampa attribuendo un fatto specifico vada sempre applicata la pena della reclusione da uno a sei anni, oltre a una multa.

Il reato di diffamazione in generale è definito nel nostro ordinamento dall’articolo 595 del codice penale che la definisce come il

comportamento di un soggetto che comunicando, senza specificare in che modo, con una pluralità di soggetti offende la reputazione di altri.

Un’aggravante è prevista nel caso questa offesa si faccia attribuendo un fatto preciso e circostanziato al soggetto che si intende colpire. Perché ci sia diffamazione non è necessario che la comunicazione plurima avvenga allo stesso momento, è sufficiente anche il passaparola.

Diffamazione a mezzo stampa e articolo 595 codice penale

L’articolo 595 del codice penale, al terzo comma, dopo avere definito nei due commi precedenti il reato di diffamazione si sofferma sull’ipotesi che la diffamazione sia fatta a mezzo stampa, o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità. Anche in questo caso è prevista la sanzione della reclusione da sei mesi a tre anni. In questo caso, però la Corte Costituzionale ha ritenuto che la norma fosse in linea con la nostra Costituzione, perché il comma prevede in alternativa alla reclusine anche la possibilità che il giudice decida per una pena pecuniaria non inferiore a 516 euro.

È proprio questa alternativa, che consente al giudice di valutare l’effettiva gravità della diffamazione a mezzo stampa avvenuta nel caso specifico, che ha fatto ritenere alla Corte Costituzionale che non ci fosse contrasto con le norme superiori.

Quando c’è diffamazione a mezzo stampa

Per capire quando ci troviamo davanti a una diffamazione a mezzo stampa, o a una diffamazione semplice, dobbiamo fare riferimento a quello che il nostro ordinamento intende per stampa. Troviamo questa definizione all’articolo 1 della legge numero 47 dell’8 febbraio 1948 sulla stampa. L’articolo fa riferimento a

tutte le riproduzioni tipografiche o comunque ottenute con mezzi meccanici o fisico-chimici in qualsiasi modo destinate alla pubblicazione, dove il termine va inteso come rendere noto al pubblico.

Quindi non solo la stampa intesa come giornali riviste o pubblicazioni, ma qualsiasi contenuto abbia larga diffusione. Comunemente viene fatta rientrare in questa definizione anche qualsiasi comunicazione che nasca per avere ampia diffusione. Pensiamo per esempio a un discorso fatto per essere ascoltato e diffuso a un pubblico ampio.

Altra questione è che cosa si intenda per offesa alla reputazione, che si può verificare sia attraverso l’attribuzione di fatti, o di dichiarazioni offensive, ma anche attraverso l’omissione di fatti reali e la pubblicazione di altri fatti, che magari sono veri, ma in quel contesto possono essere travisati.

Costituzione e carcere per la diffamazione a mezzo stampa

Secondo la Corte Costituzionale l’articolo 13 della legge sulla stampa è in contrasto con il disposto dell’articolo 21 della Costituzione. Questo articolo della carta costituzionale si occupa della

libertà di pensiero che viene garantita anche attraverso la diffusione del pensiero stesso e ricorrendo a ogni mezzo: dalla parola, allo scritto fino a ogni altro tipo di mezzo di diffusione,

anche quelli che nel 1948 ancora non si immaginavano. L’articolo in particolare al secondo comma sancisce che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazione e censure.

Il comma successivo poi autorizza il sequestro della stampa, ma solo da parte di un giudice, con un atto che sia motivato, e solo nei casi in cui sia previsto dalle leggi sulla stampa.

Le precise ragioni per cui la Corte Costituzionale ha deciso per la incostituzionalità del carcere obbligatorio per il reato di diffamazione a mezzo stampa saranno spiegate solo nelle prossime settimane quando la corte depositerà e renderà pubblica la sentenza. In linea di massima, però il problema non è tanto quello di prevedere il carcere nel caso la diffamazione sia così grave da renderlo necessario.

La questione è che rendere automatico il carcere senza indagare sull’effettiva gravità del fatto commesso appare molto simile a dare ai giudici un potere di censura sulla stampa. Un fatto di questo tipo andrebbe certamente contro il disposto del secondo comma dell’articolo 21.

Carcere per la diffamazione a mezzo stampa e Convezione dei Diritti dell’Uomo

L’altro articolo che la Corte Costituzionale ha citato come incompatibile con l’articolo 13 della legge della stampa è il numero 10 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo nota come CEDU. Questa che di fatto è una norma a cui si devono adeguare tutti gli stati dell’Unione Europea è un trattato firmato nel 1950 dal Consiglio d’Europa il cui scopo è quello di tutelare i diritti e le libertà fondamentali di ogni uomo. Sul rispetto di questa convenzione vigila ogni singola nazione, che ha l’obbligo di tenere conto nell’emanazione di nuove leggi, o sentenze.

Ogni cittadino che ritenga che un suo diritto fondamentale sia stato violato, può comunque rivolgersi alla Corte di Giustizia dei Diritti dell’Uomo, il cui scopo è quello di vigilare sulla corretta applicazione della convenzione. Nel caso ravvisi delle violazioni emette una decisione, la cui applicazione non può imporre in modo diretto, ma che lo stato a cui è rivolta è obbligato ad applicare. Possibile anche fissare sanzioni a carico degli stati trasgressori.

Perché l’articolo 10 della CEDU è contrario al carcere per la diffamazione a mezzo stampa

All’articolo 10 della Convenzione per i Diritti dell’Uomo si parla di libertà di espressione. Questo diritto viene garantito anche a mezzo stampa.

La convenzione sottolinea che la libertà di espressione comporta delle responsabilità e che va gestita con attenzione e oculatezza. Per queste ragioni autorizza gli stati a fissare delle regole, eventualmente mettere dei limiti e prevedere delle sanzioni per chi le viola.

Tutto questo però solo nel caso ci sia la necessità di proteggere un diritto superiore, tra i quali anche quello della protezione della morale e della reputazione altrui.

Anche in questo caso non vi sono impedimenti in linea di principio al carcere per la diffamazione a mezzo stampa. La necessità però di non intaccare un diritto fondamentale come quello della libertà di espressione, impone che ci siano regole certe e soprattutto che non ogni diffamazione a mezzo stampa sia punita col carcere, ma solo quelle che sono valutate dal giudice particolarmente gravi.