Vi ricordate l’autocertificazione? Si proprio quella che è diventata nota a tutti in occasione del primo lockdown, quando la dovevamo esibire per uscire di casa e per giustificare i nostri spostamenti. In quell’occasione, anche a seguito delle sonore multe che sono state comminate è stato chiaro per tutti che si tratta di un documento ufficiale, con il quale dichiariamo qualcosa e nel quale non possiamo mentire.

Per molti ha continuato ad essere quello: un limitatore di libertà, un antipatico onere a cui sottoporsi. In realtà le potenzialità di questo tipo di documento vanno ben al di là dello stato di emergenza, e ci possono venire in aiuto, sia in termini di risparmio di tempo che di risparmio economico nella vita di tutti i giorni. Gratuito, facile ed immediato da compilare, e con lo stesso valore dell’atto che sostituisce.

Mentre sono gli stessi uffici pubblici che spiegano all’utente di non potere più accettare i vecchi certificati, non sempre sono così chiari i privati, che pur potendo continuare ad accettare un certificato che gli viene consegnato di propria iniziativa da un altro privato, non possono più in nessun caso rifiutare un’autocertificazione che sia stata compilata in modo corretto, firmata e datata. Hanno però diritto, senza costi, a chiedere che l’ente in possesso dei dati originali verifichi la correttezza della dichiarazione sostitutiva.

Che cosa è l’autocertificazione

Quella che comunemente si chiama autocertificazione in realtà viene indicata dalla normativa con la locuzione dichiarazione sostitutiva di certificazione. In effetti con questo atto il cittadino ha la possibilità di dichiarare dei fatti che lo riguardino senza la necessità di munirsi, come in passato di un certificato redatto da un ente pubblico.

L’articolo 1 del Decreto del Presidente della Repubblica numero 445 del 2000 lo definisce come

il documento, firmato dall’interessato e presentato in sostituzione di un certificato. Con quest’ultimo termine, si intende il documento che sia rilasciato da una pubblica amministrazione e che abbia la funzione di provare, o rendere noti a terzi stati, qualità personali o fatti che siano annotati in albi, registri o elenchi pubblici, oppure che siano stati verificati da soggetti che esercitano una funzione pubblica.

Per andare sul pratico: si tratta di un foglio, redatto in carta semplice, dove l’interessato sotto la propria responsabilità dichiara qualcosa. Le stesse pubbliche amministrazioni, sia agli sportelli rivolti all’utenza che sui propri siti web mettono a disposizione dei moduli prestampati, che devono essere semplicemente completati, con i propri dati, con quello che si vuole dichiarare e con la firma.

La firma non dovrà essere apposta davanti a un impiegato pubblico, e con neppure potrà essere chiesta che sia autenticata da qualcuno. In sostanza nessuno potrà pretendere di vedere il titolare della dichiarazione apporre la propria firma, per essere sicuro che non si tratti di un falso.

Altra questione, è la possibilità di verificare che quanto attestato corrisponda a verità e che la firma non sia stata falsificata. Le pubbliche amministrazioni non solo hanno la facoltà, ma l’onere di controllare che non siano state fatte dichiarazioni scorrette, e se le ravvisassero, dovranno anche segnalare all’autorità giudiziaria le ipotesi di reato.

La legge specifica che i controlli dovranno essere fatti con qualunque mezzo idoneo ad accertare la corrispondenza di quanto dichiarato con la realtà dei fatti. Una formula piuttosto ampia che dovrebbe rendere difficile presentare dei falsi. 

Quanto costa l’autocertificazione

Fare un’autocertificazione è sempre qualcosa di gratuito. Come detto sopra si tratta di un atto molto semplice che può essere fatta da tutti senza necessità di farsi assistere e quindi di sostenere spese per la compilazione. Oltre a dei moduli generici è possibile trovare sul web anche moduli relativi a ogni tipo di fatto che potrebbe essere dichiarato. A quel punto, basterà riempire gli spazi vuoti per avere la certezza di non tralasciare nulla.

Questi documenti possono essere presentati in carta libera: questo significa che non deve essere apposta alcuna marca da bollo, e che nessuna somma deve essere consegnata a chi lo riceve: sia che si tratti di una pubblica amministrazione, che di un privato.

Chi può presentare un’autocertificazione

Come abbiamo visto dichiarare qualcosa con un’autocertificazione non equivale alla possibilità di fornire delle informazioni a casaccio, tanto è vero che le pubbliche amministrazioni non solo devono verificare il contenuto degli atti che sono consegnate nei loro uffici, ma devono fare le verifiche del caso, anche quando sia un privato che vuole verificare che nella dichiarazione sostitutiva che gli è stata consegnata non ci siano degli sbagli.

Per garantire l’effettività di queste verifiche la legge consente l’utilizzo di questo tipo di atto oltre che ai cittadini italiani, a quelli dell’Unione Europea, alle persone giuridiche, alle società di persone, e alle associazioni che abbiano sede legale in Italia o in uno dei paesi dell’unione.

I cittadini di paesi extraeuropei possono usufruire di questa facoltà solo per dichiarare gli stati, i fatti e le qualità personali che siano certificabili da parte della pubblica amministrazione italiana. In sostanza qui si è escluso che possano essere auto dichiarati fatti, che poi difficilmente si potranno verificare, perché detenuti da stati stranieri.

La Pubblica Amministrazione deve accettare l’autocertificazione

Già dal primo gennaio del 2012 le pubbliche amministrazioni non solo non possono esigere, ma neppure possono accettare un certificato, ma solo autocertificazioni. Lo ha stabilito l’articolo 15 della legge numero 183 del 2011 che

vieta sia alle pubbliche amministrazioni che ai gestori di pubblici servizi di chiedere o accettare certificati. Il mancato rispetto di questa regola equivale a violare i propri doveri d’ufficio.

I certificati, su richiesta dell’interessato continueranno ad essere rilasciati. Continuano infatti ad essere utilizzabili, a certe condizioni tra privati, o nei casi a chiederli sia un’autorità straniera.

A pena di nullità questi documenti dovranno contenere un’annotazione dove si ricorda che non potranno essere esibiti a una pubblica amministrazione o a un esercente un pubblico servizio.

I privati possono rifiutare l’autocertificazione?

No, i privati non possono più rifiutare un’autocertificazione e pretendere in alternativa un documento redatto da un ufficio pubblico. Si tratta di una novità entrata in vigore dal 15 settembre 2020 e che si è sostituita alla dicitura precedente della legge, che consentiva l’uso di questo mezzo anche ai privati, ma solo nei casi in cui entrambe le parti fossero concordi.

Il decreto semplificazioni all’articolo 30 bis

impone anche ai privati di accettare questo tipo di documento. Divieto, di rifiutare un’autocertificazione, ma facoltà da parte dell’interessato di decidere comunque di sostenere i costi per procurarsi un certificato redatto dall’ufficio competente.

Visto questo obbligo la legge ha stabilito che le verifiche sulla veridicità di quanto dichiarato diventassero più efficienti. I controlli saranno fatti, dall’ufficio che detiene l’atto originale in modo gratuito e per quanto possibile immediato.

Che cosa posso mettere in un’autocertificazione

I fatti che possono essere comprovati con un’autocertificazione sono piuttosto numerosi e sono elencati dall’articolo 46 del D.P.R. 445 del 2000. Si tratta della data e del luogo di nascita, della residenza, cittadinanza, del godimento dei diritti civili e polititi.

Consentito poi certificare la composizione del proprio nucleo familiare e dello stato civile: sposato, divorziato, separato, vedovo, celibe o nubile. Inoltre l’esistenza in vita, la nascita di un figlio o il decesso del coniuge, di un discendente o di un ascendente.

Stesse modalità per attestare di essere iscritto a un albo o ordine professionale o di essere iscritto in liste tenute dalla pubblica amministrazione. Titoli di studio di qualsiasi tipo, esami di abilitazione o la frequenza di corsi di aggiornamento o abilitanti seguono le stesse regole.

Anche la situazione reddituale o patrimoniale e l’assolvimento di obblighi di tipo contributivo, il possesso di partita IVA e del codice fiscale e tutti i dati reperibili nell’anagrafe del contribuente possono essere certificati in questo modo, anche in tutte le ipotesi in cui la dichiarazione abbia lo scopo di accedere a bonus o a sussidi. 

Con questo metodo, infine possono essere certificate alcune condizioni come quella di disoccupato, studente, pensionato e tipo di pensione ricevuta, e di avere assolto il servizio militare. Inoltre quella di essere il legale rappresentante sia di persone fisiche che giuridiche, oppure il tutore, il curatore o l’amministratore di sostegno.

Finite le code anche per chiedere il certificato penale o dei carichi pendenti. Potrà essere auto dichiarato di non essere destinatari di condanne penali o di provvedimenti cautelari, decisioni civili o amministrative iscritte all’ufficio del casellario.

Inoltre è possibile dichiarare di non essere a conoscenza di procedimenti penali a proprio carico e di non essere in stato di fallimento o di liquidazione.

Un tipo particolare di autocertificazione è l’atto sostitutivo di notorietà. In questo caso quelli che sono dichiarati non sono dati che sono conservati un registro o in un archivio, ma fatti di cui il dichiarate è a conoscenza. Eventualmente può riguardare anche fatti o stati che riguardino terze persone.

Quanto tempo vale un’autocertificazione

L’autocertificazione, segue per quanto riguarda la durata di validità quella del documento che sostituisce. In assenza di leggi speciali che fissino la durata del documento specifico si deve fare ricorso alle regole generali.

Non hanno scadenza gli atti che attestano dei fatti che non possono essere modificati nel tempo. Tra questi rientrano a tiolo di esempio la data e il luogo di nascita o la morte di un congiunto.

Tutti gli altri documenti, invece hanno la durata di soli sei mesi, che si calcola a partire da quella indicata al momento della compilazione.